POSSO DIRE UNA COSA ANCHE IO SU “OK COMPUTER”?

Una volta lessi in “Come as you are”, la biografia dei Nirvana scritta da Michael Azerrad, che Cobain diceva che poco prima di “Nevermind” non potevi mica andare in giro a dire che ti piacevano i Black Flag ma anche i R.E.M., altrimenti avresti preso del coglione.

Ecco, questi circoletti chiusi qui dell’alternativismo, nei quali siamo rimasti invischiati un pochino tutti, prima o poi sono destinati ad aprirsi e a mutare nel tempo.

Per dirne una, se aveste chiesto nel 1982 a un qualsiasi critico musicale quale fosse il legame tra Siouxie and the Banshees e Johnny Cash, la risposta sarebbe stata probabilmente “nessuno”. Viceversa, se lo chiedete oggi 9 critici musicali su 10 vi risponderebbero “Nick Cave”, probabilmente tutti i software per l’ascolto di musica lo propongono, al punto che ci eravate arrivati addirittura da soli perché ormai vi sembra naturale (Se state pensando “però anche i Wall of Voodoo”, un giorno dobbiamo bere qualcosa insieme, offro io).

Ora, tralasciando la sua effettiva grandissima bellezza, secondo me la cosa più valida di “Ok Computer”, quella che lo ha reso definitivamente un classico già al momento della propria uscita, è stata che prima di quel disco lì dovevi sempre, se eri un fan del rock alternativo che uso quella parola lì così ci capiamo, far finta che tutto fosse non dico nato con il punk e il 1977, perché gli Stooges, gli Mc5 e comunque i Beatles e gli Stones eccetera, ma dovevi comunque far finta che da Altamont 1969 ai primi concerti dei Ramones al CBGB non fosse successo nulla, giusto un paio di dischi dei Pink Floyd ma che andavano comunque detti un pochino in sottovoce. Certo, c’erano stati Bolan, il Glam, Bowie, eccetera, ma il resto dovevi far finta che non fosse praticamente esistito e se solo provavi a parlarne ti veniva detto che eri un Riccardone, un pomposo e noioso amante del prog e i critici musicali usavano l’aggettivo “sinfonico” come fosse un’offesa, tanto che si era perso il suo significato originale (che del resto nessun frequentatore della musica rock conosceva).

Ecco, di colpo, davanti ai tempi dispari di “The tourist”, ai cambi di tempo delle diverse sezioni di “Paranoid android” e al fatto che nonostante 3 sezioni diverse, stacchi in tempi dispari e cambi di tempo fosse stata scelta come singolo, con un video che durava 7 minuti ed era completamente diverso da tutto quello che si vedeva su MTV, davanti all’attacco di tutta la band in “Exit music” che ricorda così tanto “Epitaph” dei King Crimson, potevi finalmente saltar fuori e rivelare al mondo che anche in quegli anni lì c’era stata musica davvero fighissima e che se proprio non era fighissima quantomeno aveva una sua cazzo di dignità.

BonaCompagnìa.

Alla caserma “Romagnoli” di Padova, dove ho fatto gran parte del servizio militare, ricordo che si guardava spesso “Non è la Rai”. Il periodo era quello tra l’autunno 1993 e l’estate 1994.

Un sacco di miei coetanei stava davanti alla televisione come ipnotizzato a guardare queste ragazzine che ballavano per dei quarti d’ora ammiccando alla telecamera, spesso in costume da bagno.

Ricordo che era pieno di ragazzi che guardavano e poi cominciavano a urlare alla televisione insulti del tipo “Puttana, fatti chiavare. Troia, fammi un bocchino” e cose così.
Ricordo che stavano lì fermi e poi avevano questi scatti d’ira, come dei raptus. Di colpo iniziavano a urlare “Diocane, troia, puttana” e a volte lo ripetevano più volte, con una rabbia sempre crescente.

A volte capitava che si alzassero per andare a toccare la televisione, offendendo la ragazzina di turno mentre facevano scorrere le dita sullo schermo, mimando dei ditalini. A volte, visto che le televisioni portatili erano sulle brande, mentre urlavano quelle cose lì si mettevano davanti al teleschermo mimando la chiavata, ma a quel punto gli altri urlavano al tipo che doveva spostarsi, spesso tirandolo via di peso e buttandolo a terra.

Una volta, un tipo di Brindisi si prese proprio l’uccello in mano per un poco, prima che gli dicessimo che forse era il caso che andasse a farsi una sega nei cessi e non qui di fronte a noi. Lui indugiò un poco, rimise il cazzo nei pantaloni, continuò comunque a toccarsi i pantaloni per qualche minuto continuando a mugugnare dei “Troia, puttana, fatti inculare” e poi andò nel cesso alla turca a finire quello che stava facendo.

Dopo un poco non ci facevi più caso, a militare è normale avere un casino della madonna attorno e intanto continuare a farti i cavoli tuoi in mezzo a quel casino.

Ricordo che se facevi notare che si poteva guardare anche qualcosa di diverso, ti veniva risposto che eri un finocchio, che a te non piaceva la figa, che eri un imbecille, un mezzo uomo, un ritardato, una cosa così.

Il vaticano e le barriere architettoniche.

Se sei depresso.
Se ti molla la moglie.
Se perdi il lavoro.
Se hai dei debiti.
Se hai paura di confessare una cosa ai tuoi
Se ti prendono tutti in giro perché sei diverso.
Se vuoi protestare contro qualcosa.
Se vuoi attirare l’attenzione.
Se hai dei rimorsi per qualsiasi cosa.

Puoi ammazzarti.
Non solo, ma nella stragrande maggioranza dei casi ti fanno pure il funerale in chiesa, fanno l’omelia dove dicono che abbiamo tutti la colpa perché ti sei ammazzato per le tue menate del cazzo, ci raccontano quanto eri buono e sensibile e mi raccomando, guai a non avere compassione per te.

Se invece sei un handicappato, al punto tale che non riesci ad ammazzarti anche se vorresti, allora sono cazzi tuoi. Se solo ci provi, vai all’inferno.

Devi crepare lentamente, soffrendo, perché sei solo uno storpio del cazzo.

(Dal vangelo secondo “Wojtila Voyeur”)

Capodanno: vietati i cani perché spaventano i botti.

Secondo me, poi posso anche sbagliarmi perché è solo una sensazione non suffragata da dati scientifici, i botti di capodanno fanno male alle bestie nel breve periodo, ma alla lunga fanno bene. In fondo è una cosa naturale, il più forte sopravvive e si adatta. Darwin insegna.

Provo a spiegarmi.

Secondo me, poi magari mi sbaglio perché dico un poco così come mi viene, i botti di capodanno sono un’usanza barbara, assimilabile a robe del tipo la corrida, la mattanza dei tonni, quelli che si tirano le arance a Ivrea, robe così.
Secondo me, poi mi posso sbagliare, le persone più civili e di classi sociali più alte o comunque le persone più fini ed intelligenti non è che perdono tempo in queste cose qui.

Quando lo fanno, tipo con la caccia alla volpe o quelle cagate lì, lo fanno per sentirsi un poco dei “veri uomini”, come fanno i bambini quando dicono le parolacce e poi ridono, oppure come fanno i maschi quando fanno la gara a chi piscia più lontano che così guardano chi ce l’ha più grosso.

A me mi è sembrato anche di notare, poi posso anche sbagliarmi, che ad esempio una volta i botti fossero molto più presenti e sentiti come rito collettivo. Ma forse è solo che una volta, quando ero piccolo, dicevo le parolacce e poi mi mettevo a ridere.
Per dire, una volta era uso comune anche tirare la roba vecchia dalla finestra e a capodanno uno poteva tranquillamente mollare un armadio giù sul marciapiede dal sesto piano e se uno ci si trovava a passare sotto veniva anche da pensare che un pochino però anche lui a passare proprio di lì se l’era cercata.

Poi i tempi cambiano, tanto è vero che scommetterei qualche soldo che anche tu che stai leggendo pensi che quando stai camminando sul marciapiede e uno ti tira un armadio in testa, allora chiami i carabinieri. Nel malaugurato caso che qualcuno poi ti venga a dire che te la sei cercata perché camminavi per strada il 31 dicembre e quindi è normale che ti abbiano colpito con un lavandino, secondo me ti girano le palle a elica per tutto l’anno nuovo.

Mi viene anche da pensare, poi posso sbagliarmi che è un ragionamento semplicistico, che la cosa della roba dalla finestra è andata scemando prima nelle aree più industrializzate del paese, dove c’era più gente che andava a scuola e dove i servizi sociali, dalla raccolta del pattume alla sanità e altre robe del genere funzionassero un poco meglio. E’ una cosa che oggi suona anacronistica, anche se resiste sporadicamente nelle aree più depresse dal punto di vista socio-economico-culturale.

A suffragare questa ipotesi mi vengono in mente (sia chiaro che sto sempre semplificando un poco così e quindi magari mi sbaglio, si fa per parlare) quei paesi dell’area balcanica che magari hanno avuto guerre o rivoluzioni violente in epoca recente, dove quando scocca la mezzanotte magari alzano un mitra al cielo e tirano delle smitragliate in aria e tutti battono le mani e ridono, un poco come quando accendi la tv che vedi una tribù dell’Afghanistan nord-orientale intenta a far fuori un caricatore di un Ak47 sparando al cielo solo perché ha un’occasione buona per festeggiare, indipendentemente che si tratti di uno che si sposa, del fatto di aver lapidato a morte una donna che aveva detto “Secondo me no“, oppure perché la Virtus Baghdad ha vinto lo scudetto anche quest’anno.

Per dire, io mi ricordo che quando ero piccolo la cosa dei botti era molto più sentita. Poi la nostra generazione piano piano ha cominciato a pensare che il capodanno fosse una cosa diversa e che non c’era bisogno poi di far saltare in aria le cassette della posta per divertirsi, bastava stare con i propri amici, andare a qualche festa, sbevazzare un po’, ballare, provare a rimorchiare (che chi chiava il primo dell’anno poi chiava tutto l’anno).

Credo che centri molto il fatto che ad un certo punto avevamo il motorino e potevamo andare nei posti, poi con la moto nei posti un poco più lontano, poi con la macchina anche se pioveva ti schiodavi dal tuo quartiere di merda e giravi il mondo e scoprivi la vita.

Quindi, poi magari mi posso sbagliare, ci sono quelli che magari non lo capiscono ancora, però bisogna avere fiducia che è solo una questione di tempo e magari a forza di passaparola (o di moto e di macchine) le cose cambiano.

Io ad esempio leggo ogni anno di gente che si fa saltare in aria a capodanno e perde una parte del corpo, ma non ne conosco nessuno di persona. Quando mi capita di parlarne con chi conosco di persona, nessun altro ne conosce uno. Sono solo numeri e parole lette sui giornali.

Eppure esistono.

Quindi, tu che stai leggendo magari ne conosci qualcuno, di quelli che a capodanno restano senza un dito, una mano, un occhio. Magari capiterà ad un vostro amico, magari a vostro figlio. Magari capita a voi.

Magari succede che vostro figlio perde una mano o un occhio e dopo dovete spendere un casino di soldi in visite ed esami oltre al fatto che lo sapete come sono i bambini, no? Magari vostro figlio lo prendono in giro e lo chiamano “CICLOPE” a scuola e lui cresce con dei complessi della madonna. E voi con lui, che magari il petardone glielo avevate comprato voi oppure magari lo avete fatto saltare voi, l’occhio.

Oltre al fatto squisitamente economico, che voi dovete lavorare un casino e prendere dei permessi per portarlo alle visite, capita che magari per farlo curare spendete quei soldi che prima spendevate per le ferie e invece ora ci pagate il “viaggio della speranza” nella clinica di Detroit dove vi hanno detto che spendendo l’Ira di Dio forse vostro figlio non sarà più un ciclope.

Magari poi il viaggio della speranza va male. Magari, oltre ad essere senza soldi, rimanete pure monchi o guerci.

E al paese vi fanno anche le battute al bar non appena andate via, tipo che “Gli è costato un occhio della testa” oppure “Poverino, avrebbe proprio bisogno di una mano” e tutti giù a ridere.

Però vedete, il fatto di crescere in mezzo agli insulti immotivati degli altri bambini potrebbe temprare il carattere di vostro figlio e farlo crescere più forte di carattere.

Anche il fatto di pensare che a scoppiare un botto vi siete fatti saltare una mano e ora vivete con un sussidio potrebbe farvi capire il vero valore delle cose e farvi prendere le giuste decisioni nella vita futura.

Insomma, in fondo è una cosa naturale, il più debole soccombe, il più forte si adatta. Darwin insegna.

Perché secondo me, poi posso anche sbagliarmi perché è solo una sensazione non suffragata da dati scientifici, i botti di capodanno fanno male alle bestie nel breve periodo, ma alla lunga fanno bene.

(Ho un cane, con cui passo regolarmente la mezzanotte in viaggio in autostrada per non fargli sentire i botti, altrimenti gli scoppia il cuore. Se il 2 gennaio sarà vivo, vi faccio vedere la foto. Se il 2 gennaio vi siete fatti saltare gli occhi con un petardo, non preoccupatevi. Vi telefono e ve la descrivo. Sempre che abbiate la mano da tener su il telefono)

Fo, Dylan e gli altri. Il Nobel per la pace all’alabarda spaziale.

Ricordo quando Dario Fo vinse il premio Nobel.

Ero a lavorare e la notizia arrivò dalla radio. Un tipo molto di sinistra che lavorava con me arrivò trafelato a dirmelo, era molto contento. Tra noi parlavamo tutti un poco della cosa e c’era chi diceva che era una bella cosa e chi diceva che non se lo meritava. Quasi nessuno sapeva esattamente dire il perché, sia tra quelli pro che tra quelli contro. Diciamo che si andava a simpatie e, in linea di massima, scambiavamo il “sono proprio contento” per “se lo merita” e il “mi sta sul cazzo” per “se lo meritavano altri”.

Con Bob Dylan, che in un curioso intrecciarsi di circostanze oggi ha vinto il Nobel proprio nel giorno della morte di Fo, sta accadendo più o meno la stessa cosa. Qualcuno dice che se lo merita, qualcuno che se lo meritavano di più altri. Anche stavolta, almeno l’impressione mia è quella, stiamo scambiando il nostro sentimento per l’opera che ha portato al riconoscimento. Con un mio amico parlavamo del fatto che non si fa in tempo a pensare “Dario Fo era veramente un grande” che dieci minuti dopo sei lì che pensi che il Nobel a Dylan è giusto perché “Dai, se l’hanno dato a Dario Fo…”.

Spero che Dylan sia contento per il premio. Lo spero perché gli voglio bene e ogni riconoscimento prestigioso che gli arriva, oh… mi fa piacere. Peraltro, visto come il sig. Zimmermann si è presentato in maniera sempre piuttosto inafferrabile nel corso di tutta la sua carriera, mi viene difficile anche solo pensare come possa lui aver interpretato una decisione simile. Decisione della quale si parlava da anni, fra l’altro.

Però, devo dire la verità, mi dispiace che Dylan abbia vinto il Nobel. Non è un discorso snobistico. Stiamo parlando della figura più importante e iconica, insieme ai Beatles, della musica rock e mettersi a fare gli snob non avrebbe molto senso. Non è nemmeno un discorso alla Baricco che dice che se fai le canzoni non vale. Quelli che fanno questi ragionamenti qui sono come quelli che dicevano che la musica elettronica non vale perché non è suonata, che gli mp3 non valgono perché i dischi, che il treno non vale perché non vai a piedi, che gli ogm non vale perché la rotazione triennale. E’ gente che crede di parlare ancora del presente e invece parla già del passato. Il presente lo chiama ancora “futuro” e quando sarà diventato “passato” comincerà ad accettarlo prima e a rimpiangerlo poi. Insomma, sono quelli che fischiavano Dylan a Newport, per voler rimanere sul pezzo.

Ma allora perché mi dispiace? Semplicemente mi dispiace perché ci sono milioni di persone che Dylan non lo amano proprio, per via di mille fattori che potrebbero essere pure condivisibili come la sua voce nasale o il fatto che incida dischi in maniera improvvisata e per nulla professionale da sempre. Tutte cose che io personalmente adoro, ma che magari a qualcuno non piacciono proprio e io, per quanto possa avere gusti diversi, lo capisco benissimo.

Ecco, la mia paura è che diventi come il Dario Fo post 1997, che quando poi sparava una stronzata guai a dirlo perché ecco che arrivava quello che prende il caffé al bar a dire “Come osi contraddire un premio Nobel” a chiudere la discussione. Fra l’altro, questa infallibilità attribuita alle accademie svedesi a Fo non so quanto sarebbe piaciuta, ma non è questo il punto.

Il punto è che un’idea, un pensiero, un’azione, dovrebbero essere valutabili in quanto tali e non in base a chi le ha dette. Penso che fra l’altro usare questo metodo del “Ha vinto il Nobel quindi d’ora in poi ha ragione sempre” sia anche un poco offensivo nei confronti del premiato. In genere si dà sempre ragione agli stupidi, ai rincoglioniti e ai vecchi sclerotici.

Quindi, visto che a Dylan gli voglio bene, un poco mi dispiace. Mi dispiace che da domani, mentre sarò al bar a chiacchierare di Dylan con uno che lo detesta, e magari grazie alle sue prese di posizione contrarissime alle mie starò elaborando nuove preziosissime chiavi di lettura di questa figura così fondamentale, arriverà a rovinare tutto il primo idiota che dirà “Eh, ma gli hanno dato il nobel” usando il premio dell’inventore della dinamite come Goldrake usava le parole “ALABARDA SPAZIALE” per farti capire che adesso finiva l’episodio.

Perché la verità è che ci piace molto parlare del Nobel per la letteratura e di quello per la pace. I nobel per la pace e per la letteratura hanno dato il diritto di parola a legioni di imbecilli molto prima di internet (e quegli imbecilli siamo noi).

A dirla tutta, il Nobel per la pace ci piace un poco meno. Ci sembra una cosa un poco naif, una cosa che non esiste e non si può toccare tangibilmente. Un poco come se dicessero “premio Nobel per il sentimento”.

Invece per la letteratura è il giusto mezzo, perché ci fa sentire tanto intelligenti e riesce a farlo ad un prezzo ridicolo. Basta una qualche citazione, basta il nome di un’opera, un ricordo personale infarcito di qualche spruzzata sentita a caso sul premiato di turno e noi ci sentiamo salvi, ammessi al grande club della cultura.

Non parliamo mai degli altri premi Nobel. Mai. Non si scatenano dibattiti sui social network, nei bar, nei luoghi di lavoro. Lo sappiamo tutti il perché. Non lo diciamo, ma è una tacita convenzione.

Non discutiamo mai di Nobel che non siano per la pace o per la letteratura perché nelle altre materie bisogna studiare per davvero.

L’immagine di una pipa non è una pipa. Ma se non hai una pipa a portata di mano, è la cosa che ci assomiglia di più.

Secondo il biografo di Ronald Reagan, Tom Bonafede, in realtà “anche se fu percepito come il grande comunicatore, la sua amministrazione fu dedita a una rigida gestione delle notizie e all’ostruzione del flusso libero di informazioni”. Il suo staff era altamente consapevole del potere straordinario dell’immagine, come autonoma capacità di informazione e suggestione.
Se ne doveva rendere conto Lesley Stahl, popolare giornalista televisiva, che durante le campagna del 1984 per la rielezione di Reagan decise di mandare in onda sui canali della CBS un servizio critico di ben cinque minuti e quaranta secondi, tutto giocato sulla contrapposizione tra sequenze visive e testo.

Mentre la voce della giornalista fuoricampo ricordava i tagli alla spesa sanitaria, compariva Reagan ai giochi sportivi per bambini handicappati; mentre si davano le cifre della riduzione dell’assistenza agli anziani, si vedeva il presidente sorridente in visita in un ospizio. E così via, la descrizione argomentata dei guasti sociali della politica reaganiana faceva da contrappunto ad immagini del presidente che, eternamente sorridente, lanciava un pallone da football, cavalcava, salutava la folla. C’era molto nervosismo alla CBS, quella sera, per la particolare durezza del servizio. Ricorda una delle responsabili del telegiornale: “E’ una situazione delicata, pensavo. Riceveremo telefonate di protesta…”.

Il primo a telefonare, in effetti, fu un alto funzionario dell’amministrazione Reagan: “Congratulazioni” disse “Ottimo servizio. Ci avete dato, in piena campagna elettorale, qualche minuto di immagini splendide del presidente. Grazie”

Confermò Mike Deaver (capo dello staff di Reagan): “A noi il pezzo piacque. Com’è ovvio, la gente non ha fatto caso ai ragionamenti e alle critiche, ma ha guardato le belle immagini, fornite da noi della Casa Bianca, e magnificamente girate dalla nostra troupe”.

(tratto da “Sotto la notizia niente” di Claudio Fracassi. Le sottolineature, i grassetti e la parentesi sono mie. Continuate pure a postare su Facebook le foto di Salvini che balla dicendo che è un idiota, mi raccomando)

LEONE O GAZZELLA

C’è un articolo di Rockol (già bisognerebbe chiuderla qui, per quel che mi riguarda) che dice che in redazione gli arrivano troppi cd e quindi chiede che noi che suoniamo si smetta di mandare tutti questi cd che in fondo non servono a niente e fanno schifo, anzi peggio ancora sono inutili. Dice che non ce la fanno a sentirli tutti, che è proprio impossibile.

Quando capita a noi che lavoriamo in ceramica, che ci siano così tanti ordini che non riusciamo ad evaderli in un tempo ragionevole, ci dicono che siamo comunque fortunati perché ci sono delle ditte che invece chiudono.
Quando ci capita a noi che lavoriamo in ceramica, i clienti ci dicono di dire ai nostri capi che devono assumere qualcuno. Quando gli spieghiamo che non è possibile (che magari la ditta non è che riesce a pagare tutto questo personale in più) allora ci dicono di sbrigarci comunque che alla fine della fiera a loro interessa avere l’ordine.

Nel numero del Mucchio dove è stato recensito il mio disco, c’erano altri 26 dischi italiani. Non c’era nessuna insufficienza, quasi tutti erano dal 7 in su.

26 x 12 fa 312. Anche volendo ridurre il numero del 30% perché vogliamo fare uno scarto largo, diventerebbero 220 dischi. Fanno UN BEL DISCO OGNI GIORNO E MEZZO.

In Italia non esce un bel disco ogni giorno e mezzo. Manco per l’anima del cazzo.

Quindi, cari giornalisti musicali di Rockol e altri, se volete ricevere meno dischi, buttateli via. Non recensiteli, non considerateli, fate finta che non esistano come quando c’erano i demo.

E se invece volete considerarli con recensioni e interviste, fatelo. Ma non lamentatevi, dite ai vostri capi di assumere qualcuno. E se i vostri capi non se lo possono permettere perché magari voi siete volontari e quindi fate quello che fate senza venire pagati e per passione, beh cazzi vostri. Nessuno vi obbliga a fare un articolo o un’intervista, così come nessuno ci obbliga a fare un cd a noialtri.

Insomma, ogni mattina in Italia uno che suona si alza e si lamenta che la stampa musicale non lo considera. Ogni mattina in Italia uno che scrive si alza e si lamenta che escono troppi cd.  L’importante non è che tu suoni o scriva. L’importante è che non rompi il cazzo.

Calcutta legge i promessi sposi – 10 domande

1. In che anni è ambientato il romanzo?
2. Come si chiama la bambina che viene messa sul carro che va al lazzaretto dalla madre?
3. Come si chiamava il passo in cui Lucia saluta il paese natìo?
4. Cosa sono i Monatti?
5. Quali sono i due personaggi dei quali è narrata una conversione all’interno del romanzo e che passano (scusate la grossolana classificazione) da “cattivi” a “buoni” attraverso la conversione stessa?
6. Chi è Il Nibbio?
7. Come si chiama il personaggio che tenta di convincere Lucia a lasciar perdere Renzo nella seconda parte del romanzo, visti gli ordini di cattura sulla sua persona?
8. Quale espressione usa Manzoni per definire la codardia di Don Abbondio?
9. Qual’è la frase che nel romanzo Manzoni usa per narrare i cedimenti “terreni” di Getrude?
10. Chi porta in salvo chi durante i moti del pane di Milano mischiando lingua volgare e spagnolo?

Ecco, secondo me se non sapete rispondere ad almeno 5 domande su 10 senza andare a controllare, non dovreste incazzarvi tanto con Calcutta perché legge “I promessi sposi”.

Anzi, magari potreste pure andarlo a sentire, che male non vi fa.

Centocinquanta televisori.

Dicono che per la partita Inghilterra-Islanda degli ottavi di finale del campionato europeo, il 99,8% dei televisori islandesi fosse sintonizzato sulla partita.

Gli islandesi sono trecentotrentamila, circa trentamila erano in Francia a seguire il campionato Europeo. Calcolando che una famiglia islandese media è di 4 persone, fanno più o meno 150 televisori che non guardavano la partita.

Per tutti gli altri, è football fever. Pensate che le elezioni del nuovo presidente si sono svolte con un ottavo della popolazione che era in Francia a vedere le partite, il presidente neo eletto è subito volato in Francia anche lui con i soldi dei cittadini a vedersi dal vivo l’ottavo di finale contro l’Inghilterra perché “Questa è un’impresa storica e io voglio farne parte”. La politica, gli impegni istituzionali, quelli… potevano aspettare.

Perché poi non è che l’Islanda fosse arrivata lì a caso, eh? Nel girone di eliminazione aveva fatto fuori l’Olanda, battendola sia in casa sia in trasferta, aveva concluso l’andata trovandosi prima in classifica battendo 3-0 la Turchia e pure la Repubblica Ceca (entrambe presenti agli europei) per poi tornare a risultati più modesti, provando ad innestare giocatori nuovi e a trovare nuove soluzioni ad una serie di schemi di gioco che alla lunga avrebbero potuto mostrare la corda e infatti l’hanno mostrata eccome e stasera si è visto benissimo. Certo, nessuno (o quasi nessuno, ehm…) si sarebbe aspettato che arrivassero ai quarti di finale, ma se guardate bene la quota che dava l’Islanda ai quarti non è che fosse poi così alta, alle scommesse. 

E quindi, una partita dopo l’altra, vai di esultanze scomposte del telecronista della tv di stato che urla come Yamatsuka Eye in “Torture Garden” dei Naked City, vai di geyser dance, dove il capitano della squadra si mette di fronte al pubblico con tutta la squadra al seguito e all’unisono si battono le mani a ritmo urlando “UH”. Tutti uniti, tutti insieme. Tutti? No, tutti tranne quei 150 proprietari di televisori.

Ecco, chissà se oggi alcuni, magari proprio tra quei 150 proprietari di televisori, si lamentano dei ventitré viziati che corrono dietro ad un pallone, strapagati (Sigurdsson, per dirne uno, passò dallo Swansea al Tottenham per quasi 9 milioni di sterline, salvo poi tornare allo Swansea dopo aver deluso ampiamente le aspettative), chissà se dicono che con tutti i problemi che ha l’Islanda, dagli strascichi della crisi economica all’alcolismo passando al prezzo esorbitante di qualsiasi vegetale che tocca importare, chissà se con tutti questi problemi sia proprio necessaria tanta attenzione a quei ventitrè viziati in braghette corte che oltretutto giocano pure tutti all’estero (alcuni giocano, o hanno giocato, pure in Italia). Chissà se qualcuno di loro aveva detto a qualche giornalista che “Domenica tiferò Francia”. Chissà se si sfogheranno con l’allenatore che è svedese e quindi è tutta colpa sua, chissà se diranno che doveva lasciare a casa Halfreosson che ormai ha 32 anni e prendere Emil Palsson del Valur Reykjavik (23 anni, votato miglior giocatore islandese del 2015 e assolutamente non convocato in nazionale per l’Europeo) e allora avrebbero vinto facile. Chissà se posteranno delle gif dove si vede Arnason vestito da tartaruga che corre lentissimo, che stasera 3 su 4 gol del primo tempo erano con lui completamente fuori posizione, infatti dopo il primo tempo lo hanno sostituito e il sostituto ha pure segnato. Chissà se impalleranno i social network con la foto di Haldorsson che si fa passare la palla in mezzo alle gambe nel primo gol e che fa un’uscita sbagliata nel quinto, dicendo cose del tipo “Invece che un portiere mettiamoci un citofono”. Chissà se non perdoneranno loro qualche fallo cattivo fatto nella seconda metà del secondo tempo, quando stavano perdendo la calma, dicendogli che devono pensare a giocare invece che a tenersi in ordine la barba e se scaricheranno loro addosso tutta la responsabilità, sfottendoli per aver perso contro una squadra che già sulla carta era comunque tremendamente più forte di loro. 

Potrebbero farlo. Anche se, a dire il vero, due minuti dopo la fine di una partita dove hanno preso cinque gol e avrebbero potuto essere otto, facevano tutti insieme la “geyser dance”, sia a Parigi che in piazza a Reykjavik. Però potrebbe pure capitare.

Speriamo di no. Perché bisognerebbe essere proprio degli stronzi.

 

LEONI PER AGNELLI

Una volta, credo fosse il 2010, ero alla festa dell’Unità del parco Secchia di Villalunga, in provincia di Reggio Emilia. Forse non si chiamava più “Festa dell’Unità”, ma in Emilia le feste dell’Unità le continui a chiamare festa dell’Unità per sempre, anche se da domani dovesse iniziare ad organizzarle Casa Pound. Che poi povero Ezra, finire tirato in ballo alla cazzo di cane così solo perché non si poteva chiamarle “Casa Benito” o “Casa Salò” che altrimenti si vedeva.

Comunque, fatto sta che sono a Villalunga al parco Secchia e c’è un dibattito sulla musica in Italia che non ricordo come si chiamasse, ma era il classico dibattito dove ci sono un poco di ospiti e c’è un assessore, un cantante, un giornalista, uno che tutti si chiedono chi sia e perché sia lì.

Il cantante che partecipava al dibattito era Alberto Fortis. Alberto Fortis era appena andato a “Music Farm”, credo. Non so se fosse quello, che io quei cosi lì non li ho mai guardati perché non mi piace l’idea. Comunque, era uno di quei cosi lì.

Io e mia moglie ci stavamo godendo una passeggiata dopo cena, che è quello che in genere vai a fare a Villalunga al Parco Secchia quando c’è la festa dell’Unità, visto che c’è sempre fresco anche d’estate.
Siamo lì che passeggiamo e uno del dibattito chiede ad Alberto Fortis come mai sia andato a Music Farm, lui che fa musica di qualità.

(Un giorno mi spiegherete anche perché la musica di chi ti piace è “di qualità” automaticamente indipendentemente dal tipo di musica, ma questo è un altro discorso).
Fortis disse che non bisognava demonizzare i talent ed essere snob, infatti lui disse che era andato a “Music Farm” proprio perché voleva portare la musica di qualità in un programma dove solitamente non c’era.

Disse proprio così, che mi immagino come erano contenti quelli che erano a Music Farm con Fortis a sentirsi dire implicitamente che loro facevano musica di terza scelta mentre lui faceva quella di qualità.

Perché quell’anno lì Fortis andava in giro da solo nei dibattiti d’estate e c’erano quelli che si fermavano a guardarlo dicendo

“Dai, quello che era a Music Farm” (strano il fatto che non aggiungessero “dai, quello che fa musica di qualità”, ma non si può avere tutto).
Come accadde quella sera a Villalunga di Casalgrande, quando un giornalista, un assessore e uno che non so chi fosse, chiesero a Fortis di parlare della sua musica di qualità.
Poi successe che l’anno dopo (2011) a Casalgrande organizzarono un sacco di concerti al Teatro De André e uno di questi era di Alberto Fortis, che faceva musica di qualità. La cosa funzionò, tanto che Fortis tornò anche qualche anno dopo (2015) a Casalgrande a suonare la sua musica di qualità.
Sempre nel 2011, a Casalgrande, organizzarono anche una data di Robyn Hitchcock, ma purtroppo la dovettero annullare. Non avevano venduto abbastanza biglietti.

Capita, quando non fai musica di qualità.

(Sabato 14 suono a Firenze, Bar Ulisse, area San Salvi. Gratis. Musica di qualità, ci mancherebbe)