Informazioni su Giancarlo Frigieri

uno che suona la chitarra e canta

Spiegazioni.

In questi mesi siete riusciti a spiegare ai vostri figli che non possono andare a scuola, che non possono mai andare a giocare con gli amici, che gli allenamenti della scuola calcio, di nuoto, eccetera, sono sospesi. Siete riusciti a spiegare che non si può andare a trovare i nonni, che non si può andare a messa. Avete spiegato loro che anche nel giorno del compleanno, per stavolta la festa la fanno in casa con voi e basta, che bisogna accontentarsi, che quest’anno forse non andate in vacanza perché non ci sono i soldi, che per colpa di qualcosa che non vedono e che nemmeno voi sapete bene come funziona sono costretti a fare tutto questo e a incasinarsi magari l’infanzia e l’adolescenza ma che purtroppo era necessario. Siete riusciti, convivendo con la vostra tangibile e sacrosanta paura quotidiana di ammalarvi e magari andarvene senza poterli nemmeno salutare, a spiegare loro la pazienza, l’obbedienza alle regole e a una certa disciplina e che grazie all’osservanza di queste, sarebbe andato tutto bene. Gli avete spiegato come fare le lezioni scolastiche a distanza, che hanno svolto con risultati sorprendentemente brillanti, grazie a software che non avevano mai visto e che, nonostante il periodo di pratica a disposizione fosse pressoché inesistente, ora sanno padroneggiare in piena autonomia. Siete riusciti a spiegar loro che le cose possono cambiare da un momento all’altro e che ogni persona deve adattarsi alla società in cui vive, anche quando accadono cose che non ci saremmo mai sognati di vedere in vita nostra. Siete riusciti a spiegar loro il concetto di “decreto legge”, di “autocertificazione”, di “distanza di sicurezza”, di “pandemia” e di “immunità di gregge”.

“E come faccio a spiegare a mio figlio che in quella famiglia lì ci sono due papà?”

Ecco, secondo me, vi stavate un poco sottovalutando.

Dischi che mi rimetto in macchina – #2

Lisa Germano – Happiness (4AD)

Ci sono dei dischi ai quali non serve essere i migliori del lotto, semplicemente ti hanno incontrato al momento giusto e hanno fatto breccia nel tuo cuore e te li porti dietro, dischi ai quali sei affezionato e che per te valgono tanto, ai quali riconduci anche precisi ricordi. Questo disco per me ha una data precisa: 5 agosto 1994. La sera del giorno prima ritornavo in caserma a Padova, dove il giorno successivo avrei salutato tutti per andare a prendere il congedo a Montorio Veronese, dove c’era il mio corpo di appartenenza. Avrei preso il congedo e sarei andato a casa. Partii da casa senza la solita scorta di cassette per il walkman, visto che tanto sarei tornato a casa subito. L’unica cassetta che mi tirai dietro fu di un disco che avevo registrato in radio durante la mia ultima licenza. Max Teneggi, voce storica di Antenna Uno Rock Station, ne aveva messo un pezzo che mi era piaciuto e l’aveva descritta come “Una Suzanne Vega un poco più acida o una Kendra Smith un poco meno cupa” e quindi mi feci dare il cd, andai nella saletta, lo misi sopra a una C-60 e lo portai con me. Era un bel disco, strano e coinvolgente, pieno di belle canzoni e con arrangiamenti e un suono decisamente etereo e particolare.

Lisa Germano è una musicista che nella seconda metà degli anni ottanta ha suonato il violino con un sacco di gente. Ha partecipato al progetto “OP8” insieme a quelli che sarebbero poi diventati i Giant Sand e i Calexico, è stata in tour con John Mellencamp, ha suonato addirittura con i Simple Minds. In mezzo a tutta questa gente, ad un certo punto arriva anche per lei l’occasione. La Capitol Records, una major, si offre per produrre questo album. Il disco esce nel 1993, siamo negli anni in cui le major fanno fare un disco a chiunque nel mondo del rock alternativo perché non si sa mai che si perdano i nuovi Nirvana o i nuovi R.E.M. e quindi tutti dentro. L’album esce, non va granché bene, la Germano ha pezzi melodici ma intrisi di echi e riverberi, anche le cose che avrebbero un potenziale commerciale sembra che siano sabotate dall’interno, ci sono muri di chitarre riverberate, atmosfere ipnotiche e oniriche, il grande pubblico non saprà mai che farsene. Nel 1994 la Capitol ha già perso interesse ma il disco esce in Europa tramite la 4AD di Ivo Watts-Russell, l’etichetta giusta per la Germano, le cui scorribande possono in effetti stare a metà tra Throwing Muses e This Mortal Coil, almeno dal punto di vista timbrico. Il disco esce con una scaletta diversa dalla versione della Capitol. Alcuni pezzi vengono tirati via e altri vengono aggiunti. Non ho mai sentito la versione su major. “Happiness” è un disco oscuro ma con canzoni memorabili. E’ intriso di un pessimismo e un cinismo che si respirano fin dal titolo della prima canzone in scaletta, chiamata appunto “BAD ATTITUDE”. Il primo verso è uno degli incipit più crudeli che io abbia mai sentito in vita mia per un album. La voce sospirante della Germano canta “You wish it was sunny but it’s not, ha ha ha” (Volevi che ci fosse il sole e invece no, pappappero, più o meno). In tutto il disco la batteria sembra sempre staccata dal resto degli strumenti, il basso a volte va beatamente per i cavoli suoi (Energy, Destroy the flower), ci sono dei bordoni di chitarre tra un brano e l’altro dei quali si fatica bene a comprendere l’utilità, c’è una ballata romanticissima che io avrei visto bene fatta dai Flaming Lips (Cowboy), c’è un pezzo monocorde con un incedere marziale e dei bordoni di violino che profumano di New Wave (Puppet, Everyone’s victim), c’è una spigolosa giostra dei sensi (Sycophant), c’è un poco di country in cadenza plagale (The dresses song) ci sono alcune ballate veramente ben fatte che suonano come se Rickie Lee Jones cantasse sott’acqua (The Darkest night of all). E’ un album cupo e notturno, spettrale e nebbioso, decisamente la cosa più lontana da un pomeriggio afoso in pieno sole d’agosto.

Arrivato a Verona, scoprii che non tutti ci congedavamo lo stesso giorno. A differenza di tante caserme, dove la giornata di congedo di uno scaglione era la stessa anche se la partenza era divisa in due giorni diversi, lì ci si congedava in due giorni. Quindi, se eri partito il 18 ti saresti congedato il 5 agosto, se eri partito il 19 (come me) allora te ne potevi andare il 6. Mi toccava rimanere un giorno intero in questa caserma dove non conoscevo nessuno, ci avevo fatto 6 giorni a settembre dell’anno prima. Una caserma enorme, 14.000 unità e 8 km di perimetro, “La più grande di tutta la regione militare nord-est”, si diceva con malcelato orgoglio. Mi assegnarono una branda, mi ci misi sopra e non mi mossi per tutto il giorno. Era agosto, faceva un caldo porco, non avevo un libro, non avevo niente da fare, avevo solo un walkman con una cassetta. La ascoltai per tutto il giorno, ininterrottamente. Ad un certo punto, verso le 16, le pile del walkman cominciavano a scaricarsi e quindi le rotelle del walkman iniziavano a girare più piano. Quindi iniziai ad ascoltarlo una canzone alla volta, con pause di cinque minuti tra un pezzo e l’altro, durante le quali non facevo assolutamente nulla. Alle 18 scattava la libera uscita, andai in centro a Verona a comprarmi una maglietta, visto che la mia era sudatissima, avevo solo quella e avevo già dato tutti i miei vestiti militari in casermaggio. Una volta cambiato, comprai delle pile nuove per il walkman e poi partecipai alla cena finale dello scaglione, anche se non conoscevo praticamente nessuno. Non ricordo il nome del ristorante dove andammo, so che a un certo punto girava tanto di quel vino che qualcuno vomitò per terra e in tre o quattro iniziarono a tirare il vino direttamente dalle bottiglie addosso agli altri, c’erano le pareti bianche con i segni rossi di vino, passai l’ultima mezz’ora a vergognarmi molto di essere lì; il proprietario minacciò di chiamare la polizia, cosa che non ci potevamo assolutamente permettere in quanto ancora soldati dell’esercito, pagammo un conto decisamente salato fatto ad hoc dall’oste per rientrare nei casini che avevamo combinato. Il ristorante era dentro un complesso dove c’era anche un laghetto da pesca e in due o tre di noi pensarono bene di buttarsi dentro il lago completamente vestiti. Uno di noi, penso un tipo di nome Salvatore ma potrei sbagliarmi, perse il portafoglio dentro al lago. Dentro al portafoglio c’era il tesserino militare, se non lo restituivi non ti congedavi. Non so come andrò a finire, credo che fece la denuncia di smarrimento in caserma come se qualcuno al ristorante gli avesse fregato il portafogli, gli ufficiali chiusero un occhio, cose così.

La Germano ha pubblicato altri dischi, ha avuto un periodo nella seconda metà degli anni 90 in cui sembrava che stesse per succedere qualcosa anche dal punto di vista commerciale, invece niente. Le uscite si sono fatte sempre più rarefatte, ha lavorato come commessa, ha inciso per la Young God di Michael Gira, ha continuato a fare la turnista suonando con gente del calibro di Eels, Yann Tiersen e addirittura David Bowie. Nonostante le collaborazioni di grido, la sua attività ha avuto un profilo sempre molto basso con una attività di concerti propri in locali sempre molto piccoli. I suoi dischi si sono fatti sempre più eterei e sognanti, con sempre meno concessioni alla canzone pop classica. Ha più volte detto che “Happiness” è il suo disco più brutto, che non la rappresenta per niente. Al momento in cui scrivo ha sessantuno anni e sembra completamente sparita dal mondo da sette.

La mattina del 6 agosto 1994 mi alzai, mi lavai a pezzi visto che non avevo nemmeno preso da fare una doccia, andai a prendere il congedo, lo infilai nella borsa. All’uscita, visto che mi ero tagliato i capelli cortissimi come le burbette e visto che lì nessuno mi conosceva, il capoposto mi disse “Oh, dove credi di andare, rospo?”. Tirai fuori il congedo dalla borsa e gli dissi “A casa” e ricordo ancora la sua faccia. Presi il treno che arrivava a Modena, mia madre mi aspettava con la macchina, andammo a casa, pranzai. Dopo pranzo realizzai che i miei amici erano tutti in ferie, in bar non c’era nessuno, non sapevo cosa fare. Telefonai a un paio di miei commilitoni e facemmo due chiacchiere per telefono, anche loro avevano la stessa sensazione di vuoto, di “E adesso?” che avevo io.

Avevamo aspettato questo giorno così tanto che ora non sapevamo cosa farcene.

75 anni, una vita intera

Il 25 aprile è divisivo, dicono. Vero. Anche Natale. Se uno non è cristiano, mica è la sua festa. Però a casa da lavorare ci sta.

Il 25 Aprile potremmo dedicarlo alle vittime del coronavirus. Certo, anche Natale potremmo festeggiare tutte le nascite, tipo quella di Maometto e non mangiare maiale, per quel giorno lì.

Il 25 Aprile non si deve cantare “Bella Ciao” perché è una canzone di parte, perché è una canzone dei comunisti. Può essere, se mi dici esattamente quale punto del testo inneggia al comunismo. Perché io, anche a rileggerla attentamente, non l’ho trovato. Quando lo trovi, mi dici dov’è e poi a quel punto possiamo anche non far cantare “Bella Ciao”.

Il 25 Aprile del 1945 è una roba di 75 anni fa. Nel frattempo è nata la CEE, c’è stata la conferenza di Yalta, l’energia atomica, la guerra fredda, la fine della guerra fredda, la guerra in Jugoslavia, l’Unione Europea, il cambio di moneta, due mondiali di calcio vinti, duemila cambi di governo, il coronavirus. Un sacco di gente che è nata dopo quella data è morta, più o meno, di vecchiaia.

Vi fa così schifo lasciare il 25 aprile lì dov’è e piantarla di rompere il cazzo?

 

 

Il circo, le bestie.

E’ morto Sirio Maccioni. Sirio Maccioni è stato il fondatore del celebre ristorante “Le Cirque”, un ristorante di New York famosissimo dove non era raro incontrare al tavolo diverse celebrità dello spettacolo, dello sport, della politica e della cultura eccetera. Se digitate “Le Cirque restaurant celebrities” su Google, troverete una serie infinita di foto fatte nel ristorante con le facce di Robert De Niro, Spike Lee, Nicolas Sarkozy, eccetera.

Una volta, in un posto dove lavoravo tanti anni fa, una signora che era a capo di uno dei dipartimenti dell’azienda doveva andare in vacanza a New York. Era una tipa che urlava sempre, parlava sempre a voce alta, di quelle che vuol sempre far sapere che è lei a comandare e, per darvi l’idea di che tipo di persona fosse, aveva l’abitudine di non telefonare mai lei direttamente a qualcuno, bensì chiamava uno di noi sottoposti dandogli il numero e poi noi la annunciavamo. Questo anche quando era lì che non faceva una mazza, tipo che farsi annunciare la faceva sembrare qualcuno di autorevole.

Ebbene, la signora in questione aveva deciso che durante il suo soggiorno a New York avrebbe cenato al “Le Cirque”, il ristorante delle stelle. Sai mai che puoi dire nella vita di avere cenato con Richard Gere, Mike Tyson, Hillary Clinton o chi volete… Fece telefonare una povera impiegata che faceva il commerciale per gli USA per farsi riservare un tavolo. Il tavolo doveva essere riservato quello specifico giorno, visto che aveva anche altre cose già programmate. L’impiegata telefonò con me presente. Il ristorante la rimbalzò pari, dicendole che era tutto prenotato per parecchio tempo e che quindi non sarebbe stato possibile cenare da loro prima del (inserite voi una data successiva al rientro della fantomatica direttrice). L’impiegata registrò l’insuccesso della missione e lo riferì alla Signora Rottenmayer (da qui in avanti la chiameremo così),la quale andò su tutte le furie.

La Rottenmayer allora iniziò a urlare ben più rumorosamente del solito (e vi assicuro che il solito era un volume che andava ben oltre la soglia di un fonometro per un concerto con la batteria). Naturalmente, la colpa dell’insuccesso fu imputata alla scarsa vena dell’impiegata che aveva omesso di specificare la grande caratura della personaggia. Disse, ricordo bene, “Non è che son posti dove uno telefona e chiede un tavolo. Tu devi dire che telefoni per conto della signora Rottenmayer, dirigente amministrativo della Rottenmayer&NonnodiHeidi Incorporated, Devi chiamarli con una voce formale, CON STILE (sic), dai…su, adesso richiamali”.

In pratica un “Lei non sa chi sono io” che dal comprensorio ceramico della pianura padana andava dritto dritto dalla grande mela.

La signorina richiamò. Fece il suo bel discorso, con stile e padronanza, introducendo la Rottenmayer come si confà a una del suo calibro. Quelli del ristorante le dissero che non c’era posto fino al (ricordate la data di prima? Ecco, quella). L’impiegata riferì alla Rottenmayer che andò nuovamente su tutte le furie, che non era possibile, che non sei neanche capace di fare una prenotazione a un ristorante e altre cose tese alla pubblica umiliazione della povera malcapitata. Solo che la malcapitata, a questo punto, perse la pazienza e disse alla Rottenmayer che probabilmente lei, in effetti, non era all’altezza di un compito simile in un contesto così prestigioso come quello del Le Cirque e soprattutto non era in grado di rappresentare una personalità così ragguardevole e degna di nota in un ambito così altisonante; quindi chiese alla Rottenmayer se non potesse pensarci direttamente lei, visto che evidentemente quello sembrava essere l’unico modo.

La dirigente strapagata rispose,in modo ancorché stizzito, testualmente:

“Ah, ma se sapessi l’inglese lo avrei fatto io, cosa ti credi…”

Speriamo di no.

Sarà che per ora sono costretto a lavorare e quindi lavoro e poi vado a casa e sto in casa senza mai uscire, poi vado a lavorare e sto in casa senza mai uscire e tutti si sono fatti sospettosi ma allo stesso tempo leggeri come se a loro il virus non gli saltasse in groppa per andare a far danni da qualche parte, sarà che sto invecchiando e ognuno invecchia come è capace.

Fatto sta che non sopporto gli inni di Mameli alla finestra, i Va Pensieri, i Nessun Dormi, gli Il cieli è sempre più blu, gli Azzurri di Celentano, le dirette facebook dove suonano tutti e suonano molto male, quelle dove invece di rivolgersi ai loro vicini dal balcone quelli che suonano poi si voltano e guardano la telecamera su Facebook, tutta questa voglia di allegria e di amore che mi sembra che più se ne vuol fare vedere e meno ce ne sia, insomma tutte quelle robe lì

Tra quindici giorni inizierà a morire della gente che conosciamo.

 

Concerti rinviati per il CoronaVirus

Buongiorno,

a Marzo avevo 4 concerti e tutti sono stati purtroppo annullati per via del decreto riguardante le misure contro la diffusione del Coronavirus.

Al momento non so purtroppo dirvi quando verranno recuperati.

Sono tempi un poco così, bisogna aver pazienza.

 

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Ci sono dei giorni che penso, penso, e non concludo niente

Ieri sera una serie iniziava con una famiglia che andava da qualche parte mentre il padre ascoltava “Dancing in the dark” di Springsteen esaltandone la carica e il figlio diceva una roba del tipo “Cos’è questa merda?” evidenziando quanto fosse moscia.

E’ un classico esempio delle distanze tra le generazioni in fatto di musica, una cosa normale.

 

Per dire, io ogni tanto penso che quest’anno sono passati 30 anni dal 1990.

Io nel 1990 avevo 18 anni. Quest’anno ne farò 48.

Ogni tanto penso che sono trent’anni che è uscito “Goo” dei Sonic Youth, tanto per dire un disco.

Ogni tanto penso che trent’anni (29, ma facciamo finta che sia uguale) sono la distanza che separa “Goo” da “Love me do” dei Beatles.

Ogni tanto penso che io a 18 anni ho comprato “Goo” dei Sonic Youth ma ascoltavo anche “Love me do” e mi piacevano tutte e due parecchio.

Ogni tanto penso che la musica non ha una data di scadenza e che non è nemmeno necessario che la musica che ascolti rispecchi la musica che fai.

Ogni tanto penso che in realtà la musica che ascolti rispecchia quella che fai eccome, semplicemente siamo abituati a considerare soprattutto il timbro e trascuriamo le altre caratteristiche. Per fare un esempio, tra “I sonnambuli” e “Troppo tardi” ho passato 4 anni dove ascoltavo quasi solo musica classica e non ne ho pubblicata nemmeno un secondo, tuttavia nei miei dischi sono presenti piccoli accenni melodici e armonici che ho copiato (e variato appena appena) da compositori dell’ottocento e del novecento e che sono stati inseriti nell’ambito del “cantautorato” (parolaccia che si usa per capirsi). Direi che è anche normale che nessuno se ne sia accorto, io non me ne accorgerei se lo facessero altri se non per puro caso, o quasi.

Questo per dire che, delle volte, tanto vale non mettersi troppo a pensare a queste cose da studiosi della musica o da critici, visto che i critici lo fanno i critici e io voglio solo scrivere delle canzoni raccontando delle storie e suonarle.

 

O forse volevo dire un’altra cosa, ma non mi ricordo e non mi interessa già più.

E di colpo venne il mese di febbraio…

Passato un primo mese dell’anno nel quale ho suonato parecchio, si prosegue sulla stessa falsariga per il mese di Febbraio. Di solito non suono mai durante il festival di Sanremo e lo spiegai anche in un vecchio post di questo blog.

Quest’anno ho deciso di fare diversamente e suono addirittura due volte. Forse è un suicidio, ma è un rischio che ogni tanto fa bene correre e quindi vedremo come va a finire.

Sto anche, molto ma molto lentamente, ricominciando a scrivere qualche canzone. Sto mettendo mano più che altro a cose vecchie che ancora non conoscete e sto provando a vedere di metterci un testo nuovo. E’ una cosa che ho fatto anche con “Tradimento” nell’ultimo album. Comunque siamo ancora a un livello embrionale e quindi non è il caso di allarmarsi. A suonare in giro mi sto divertendo molto, sto conoscendo delle brave persone e in generale l’umore è decisamente positivo. Sto aspettando la mazzata che arriva di solito in questi casi. Arriverà, probabilmente. Intanto avanti così.

2020 (10 anni)

Sono passati dieci anni da quando porto le mie canzoni in italiano in giro per il paese. In questi dieci anni ho suonato praticamente ovunque. Ho suonato in un locale fighissimo pieno di gente ma anche in un locale vuoto con tre persone. Ho suonato in un deposito di biciclette, in un negozio di scarpe, in uno di occhiali, in un centro di yoga, ho suonato in televisione, alla radio, nei teatri, di spalla a nomi grossi e insieme a nomi piccoli, insieme a nomi piccoli che poi sono diventati grossi e a nomi piccoli che sono rimasti piccoli e basta. Ho suonato, più di ogni altro posto, nei bar. Come dico sempre, “tutto quello che ci vuole sono una stanza e un po’ di voglia”.

In questi dieci anni si sono alternati, spesso in maniera fitta e violenta, momenti di grande esaltazione e momenti di grande avvilimento. Se guardo indietro, forse questo alternarsi violento e implacabile è l’unica cosa veramente costante che mi ha accompagnato.

In questi dieci anni ho avuto persone che mi hanno visto suonare anche trenta volte, altre che hanno fatto centinaia di chilometri per conoscermi e sentirmi, altre alle quali ho dato semplicemente fastidio mentre bevevano qualcosa e chiacchieravano. Di questi ultimi, in qualche episodio decisamente rimarchevole, è rimasto anche l’eco del momento in cui me lo facevano notare.

Dopo dieci anni viene la voglia di fare anche dei bilanci. Credo che il prossimo anno sarà un anno decisivo. Nel senso che, se c’è una cosa che veramente vorrei capire, è “cosa lo stai facendo a fare”. Penso sia l’anno giusto per capirlo, visto che oramai non ci sono più tante cose che quando ho cominciato a fare le mie canzoni in italiano erano ancora lì e in alcuni casi ci sembrava che dovessero esserci per sempre.

E’ il momento giusto perché così vedremo davvero “cosa voglio dalla musica”, per capire se devo raccogliere ancora qualcosa o se devo soltanto cominciare a portarle rispetto.

Non so come andrà a finire. Di solito, quando si comincia una cosa così, va a finire bene. Ma quando si comincia una cosa così, di solito, prima di andare a finire bene deve succedere che ti togli qualcosa dallo zaino che ti stai portando in giro per capire cosa non ti serve durante il tuo cammino. A volte scopri che non ti serve più lo zaino, che non hai più voglia di portarlo in giro. A volte succede che non vuoi più camminare e basta.

Vedremo.

 

Dicono de “I ferri del mestiere”

Ci sono persone che dicono cose a proposito del mio nuovo album:

In ordine sparso, “L’isola che non c’era

Il disco è anche finito nella classifica dei migliori 20 album del 2019 di Stefano Solventi:

E queste sono le parole di Mescalina:

Sono anche finito in “A voices by Passaparola”, trasmissione condotta dal sempre valido Paolo Travelli da Lussemburgo.

E su “Alias” del Manifesto, che però non riesco a taggare perché è di carta.