Un disco che potreste comprare

E’ uscito “Sulla terra”, il nuovo album di Davide Tosches. Davide è anche colui che ha curato diversi artwork dei miei dischi.

Questo ultimo album è particolarmente intenso e, da un primo ascolto, credo sia il migliore che ha fatto.

Ogni disco di Davide, del resto, era migliore del precedente.

Se vi va, compratene una copia direttamente da lui.

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Cose che faccio in settembre che uno può venire a sentire o a vedere

Domenica 6 suonerò 4 cover di John Lennon nel corso di una serata a lui dedicata in quel di Formigine (MO), il tutto a cura dell’Associazione “Avanzi di Balera”.

Venerdì 11 suonerò per la giornata mondiale dei profughi al Parco Amendola di Modena.

Sabato 12 suonerò a Salice Terme, al Soqquadro Pub. Non ci sono occasioni particolari, suono e basta.

 

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Venerdi 21 agosto 2020

Venerdì 21/08/2020 suonerò un set di zoppicanti cover anglofone presso la trattoria “Da Guido” alle Salse di Nirano, Fiorano Modenese.

Non farò cose mie. L’idea è quella di fare un poco da sottofondo mentre i clienti mangiano. Io mi metto lì e suono quel che mi pare, senza la pretesa di venire nemmeno ascoltato.

Di solito questa idea mi fa un poco rabbrividire e invece, devo dire, che mi fa molto piacere. Suonerò un poco di cover a caso, di quelle robe dove senti un pezzo dei Nirvana e uno di Harry Belafonte uno dopo l’altro e dici “Ma ‘sto tipo qui da dove salta fuori? E’ matto?” oppure non dici niente e continui a mangiare. Non so neanche a che ora inizio, tipo che mangio qualcosa a cena e poi parto e vedo come va.

 

Mi si nota di più se….oppure se…

Da una decina di giorni ho disattivato il mio profilo Facebook.

Non l’ho distrutto, l’ho solo disattivato. Su messenger mi si può scrivere.

Mi ero rotto le palle di starci, ma se non lo avessi disattivato avrei continuato a starci, come si fa con le dipendenze.

Mi piacerebbe scrivere una di quelle cose del tipo che si torna alla vita reale e di parlare dei tanti benefici ma in realtà non ci sono dei gran benefici, se non che non so mai di cosa si litiga e quindi non litigo più.

In generale, dopo questa cosa del Coronavirus e questi mesi travagliati, mi sembra stupido stare a discutere (o anche solo a sentire discutere) di cose che in fondo non hanno a che fare con la mia vita.

Tipo che un amico mi ha detto che oggi parlavano tutti con cognizione di causa della HBO che ha tolto “Via col vento” dal suo carnet perché è un film razzista.

Ecco, del tipo…Io di questa cosa non ho un’opinione e non me ne frega veramente un cazzo, non so neanche cosa sia l’HBO e di stare a parlare di una roba che non so cosa sia e di un film del milleduecento avanti cristo boh, ho notato che fino a ieri ne parlavo, ma di quelle cose lì ne parlavo più che altro per fare la battutina e sembrare il più furbo di tutti.

Quel giochino lì prima o poi lo tornerò a fare, perché la colpa non è mica di Facebook. La colpa è mia, è un vizio che ho io, quello di voler sembrare il più furbo di tutti.

Vado a farmi una birra e a suonare in veranda.

Se volete scrivermi, fatelo. C’è la mail.

Spiegazioni.

In questi mesi siete riusciti a spiegare ai vostri figli che non possono andare a scuola, che non possono mai andare a giocare con gli amici, che gli allenamenti della scuola calcio, di nuoto, eccetera, sono sospesi. Siete riusciti a spiegare che non si può andare a trovare i nonni, che non si può andare a messa. Avete spiegato loro che anche nel giorno del compleanno, per stavolta la festa la fanno in casa con voi e basta, che bisogna accontentarsi, che quest’anno forse non andate in vacanza perché non ci sono i soldi, che per colpa di qualcosa che non vedono e che nemmeno voi sapete bene come funziona sono costretti a fare tutto questo e a incasinarsi magari l’infanzia e l’adolescenza ma che purtroppo era necessario. Siete riusciti, convivendo con la vostra tangibile e sacrosanta paura quotidiana di ammalarvi e magari andarvene senza poterli nemmeno salutare, a spiegare loro la pazienza, l’obbedienza alle regole e a una certa disciplina e che grazie all’osservanza di queste, sarebbe andato tutto bene. Gli avete spiegato come fare le lezioni scolastiche a distanza, che hanno svolto con risultati sorprendentemente brillanti, grazie a software che non avevano mai visto e che, nonostante il periodo di pratica a disposizione fosse pressoché inesistente, ora sanno padroneggiare in piena autonomia. Siete riusciti a spiegar loro che le cose possono cambiare da un momento all’altro e che ogni persona deve adattarsi alla società in cui vive, anche quando accadono cose che non ci saremmo mai sognati di vedere in vita nostra. Siete riusciti a spiegar loro il concetto di “decreto legge”, di “autocertificazione”, di “distanza di sicurezza”, di “pandemia” e di “immunità di gregge”.

“E come faccio a spiegare a mio figlio che in quella famiglia lì ci sono due papà?”

Ecco, secondo me, vi stavate un poco sottovalutando.

Dischi che mi rimetto in macchina – #2

Lisa Germano – Happiness (4AD)

Ci sono dei dischi ai quali non serve essere i migliori del lotto, semplicemente ti hanno incontrato al momento giusto e hanno fatto breccia nel tuo cuore e te li porti dietro, dischi ai quali sei affezionato e che per te valgono tanto, ai quali riconduci anche precisi ricordi. Questo disco per me ha una data precisa: 5 agosto 1994. La sera del giorno prima ritornavo in caserma a Padova, dove il giorno successivo avrei salutato tutti per andare a prendere il congedo a Montorio Veronese, dove c’era il mio corpo di appartenenza. Avrei preso il congedo e sarei andato a casa. Partii da casa senza la solita scorta di cassette per il walkman, visto che tanto sarei tornato a casa subito. L’unica cassetta che mi tirai dietro fu di un disco che avevo registrato in radio durante la mia ultima licenza. Max Teneggi, voce storica di Antenna Uno Rock Station, ne aveva messo un pezzo che mi era piaciuto e l’aveva descritta come “Una Suzanne Vega un poco più acida o una Kendra Smith un poco meno cupa” e quindi mi feci dare il cd, andai nella saletta, lo misi sopra a una C-60 e lo portai con me. Era un bel disco, strano e coinvolgente, pieno di belle canzoni e con arrangiamenti e un suono decisamente etereo e particolare.

Lisa Germano è una musicista che nella seconda metà degli anni ottanta ha suonato il violino con un sacco di gente. Ha partecipato al progetto “OP8” insieme a quelli che sarebbero poi diventati i Giant Sand e i Calexico, è stata in tour con John Mellencamp, ha suonato addirittura con i Simple Minds. In mezzo a tutta questa gente, ad un certo punto arriva anche per lei l’occasione. La Capitol Records, una major, si offre per produrre questo album. Il disco esce nel 1993, siamo negli anni in cui le major fanno fare un disco a chiunque nel mondo del rock alternativo perché non si sa mai che si perdano i nuovi Nirvana o i nuovi R.E.M. e quindi tutti dentro. L’album esce, non va granché bene, la Germano ha pezzi melodici ma intrisi di echi e riverberi, anche le cose che avrebbero un potenziale commerciale sembra che siano sabotate dall’interno, ci sono muri di chitarre riverberate, atmosfere ipnotiche e oniriche, il grande pubblico non saprà mai che farsene. Nel 1994 la Capitol ha già perso interesse ma il disco esce in Europa tramite la 4AD di Ivo Watts-Russell, l’etichetta giusta per la Germano, le cui scorribande possono in effetti stare a metà tra Throwing Muses e This Mortal Coil, almeno dal punto di vista timbrico. Il disco esce con una scaletta diversa dalla versione della Capitol. Alcuni pezzi vengono tirati via e altri vengono aggiunti. Non ho mai sentito la versione su major. “Happiness” è un disco oscuro ma con canzoni memorabili. E’ intriso di un pessimismo e un cinismo che si respirano fin dal titolo della prima canzone in scaletta, chiamata appunto “BAD ATTITUDE”. Il primo verso è uno degli incipit più crudeli che io abbia mai sentito in vita mia per un album. La voce sospirante della Germano canta “You wish it was sunny but it’s not, ha ha ha” (Volevi che ci fosse il sole e invece no, pappappero, più o meno). In tutto il disco la batteria sembra sempre staccata dal resto degli strumenti, il basso a volte va beatamente per i cavoli suoi (Energy, Destroy the flower), ci sono dei bordoni di chitarre tra un brano e l’altro dei quali si fatica bene a comprendere l’utilità, c’è una ballata romanticissima che io avrei visto bene fatta dai Flaming Lips (Cowboy), c’è un pezzo monocorde con un incedere marziale e dei bordoni di violino che profumano di New Wave (Puppet, Everyone’s victim), c’è una spigolosa giostra dei sensi (Sycophant), c’è un poco di country in cadenza plagale (The dresses song) ci sono alcune ballate veramente ben fatte che suonano come se Rickie Lee Jones cantasse sott’acqua (The Darkest night of all). E’ un album cupo e notturno, spettrale e nebbioso, decisamente la cosa più lontana da un pomeriggio afoso in pieno sole d’agosto.

Arrivato a Verona, scoprii che non tutti ci congedavamo lo stesso giorno. A differenza di tante caserme, dove la giornata di congedo di uno scaglione era la stessa anche se la partenza era divisa in due giorni diversi, lì ci si congedava in due giorni. Quindi, se eri partito il 18 ti saresti congedato il 5 agosto, se eri partito il 19 (come me) allora te ne potevi andare il 6. Mi toccava rimanere un giorno intero in questa caserma dove non conoscevo nessuno, ci avevo fatto 6 giorni a settembre dell’anno prima. Una caserma enorme, 14.000 unità e 8 km di perimetro, “La più grande di tutta la regione militare nord-est”, si diceva con malcelato orgoglio. Mi assegnarono una branda, mi ci misi sopra e non mi mossi per tutto il giorno. Era agosto, faceva un caldo porco, non avevo un libro, non avevo niente da fare, avevo solo un walkman con una cassetta. La ascoltai per tutto il giorno, ininterrottamente. Ad un certo punto, verso le 16, le pile del walkman cominciavano a scaricarsi e quindi le rotelle del walkman iniziavano a girare più piano. Quindi iniziai ad ascoltarlo una canzone alla volta, con pause di cinque minuti tra un pezzo e l’altro, durante le quali non facevo assolutamente nulla. Alle 18 scattava la libera uscita, andai in centro a Verona a comprarmi una maglietta, visto che la mia era sudatissima, avevo solo quella e avevo già dato tutti i miei vestiti militari in casermaggio. Una volta cambiato, comprai delle pile nuove per il walkman e poi partecipai alla cena finale dello scaglione, anche se non conoscevo praticamente nessuno. Non ricordo il nome del ristorante dove andammo, so che a un certo punto girava tanto di quel vino che qualcuno vomitò per terra e in tre o quattro iniziarono a tirare il vino direttamente dalle bottiglie addosso agli altri, c’erano le pareti bianche con i segni rossi di vino, passai l’ultima mezz’ora a vergognarmi molto di essere lì; il proprietario minacciò di chiamare la polizia, cosa che non ci potevamo assolutamente permettere in quanto ancora soldati dell’esercito, pagammo un conto decisamente salato fatto ad hoc dall’oste per rientrare nei casini che avevamo combinato. Il ristorante era dentro un complesso dove c’era anche un laghetto da pesca e in due o tre di noi pensarono bene di buttarsi dentro il lago completamente vestiti. Uno di noi, penso un tipo di nome Salvatore ma potrei sbagliarmi, perse il portafoglio dentro al lago. Dentro al portafoglio c’era il tesserino militare, se non lo restituivi non ti congedavi. Non so come andrò a finire, credo che fece la denuncia di smarrimento in caserma come se qualcuno al ristorante gli avesse fregato il portafogli, gli ufficiali chiusero un occhio, cose così.

La Germano ha pubblicato altri dischi, ha avuto un periodo nella seconda metà degli anni 90 in cui sembrava che stesse per succedere qualcosa anche dal punto di vista commerciale, invece niente. Le uscite si sono fatte sempre più rarefatte, ha lavorato come commessa, ha inciso per la Young God di Michael Gira, ha continuato a fare la turnista suonando con gente del calibro di Eels, Yann Tiersen e addirittura David Bowie. Nonostante le collaborazioni di grido, la sua attività ha avuto un profilo sempre molto basso con una attività di concerti propri in locali sempre molto piccoli. I suoi dischi si sono fatti sempre più eterei e sognanti, con sempre meno concessioni alla canzone pop classica. Ha più volte detto che “Happiness” è il suo disco più brutto, che non la rappresenta per niente. Al momento in cui scrivo ha sessantuno anni e sembra completamente sparita dal mondo da sette.

La mattina del 6 agosto 1994 mi alzai, mi lavai a pezzi visto che non avevo nemmeno preso da fare una doccia, andai a prendere il congedo, lo infilai nella borsa. All’uscita, visto che mi ero tagliato i capelli cortissimi come le burbette e visto che lì nessuno mi conosceva, il capoposto mi disse “Oh, dove credi di andare, rospo?”. Tirai fuori il congedo dalla borsa e gli dissi “A casa” e ricordo ancora la sua faccia. Presi il treno che arrivava a Modena, mia madre mi aspettava con la macchina, andammo a casa, pranzai. Dopo pranzo realizzai che i miei amici erano tutti in ferie, in bar non c’era nessuno, non sapevo cosa fare. Telefonai a un paio di miei commilitoni e facemmo due chiacchiere per telefono, anche loro avevano la stessa sensazione di vuoto, di “E adesso?” che avevo io.

Avevamo aspettato questo giorno così tanto che ora non sapevamo cosa farcene.

75 anni, una vita intera

Il 25 aprile è divisivo, dicono. Vero. Anche Natale. Se uno non è cristiano, mica è la sua festa. Però a casa da lavorare ci sta.

Il 25 Aprile potremmo dedicarlo alle vittime del coronavirus. Certo, anche Natale potremmo festeggiare tutte le nascite, tipo quella di Maometto e non mangiare maiale, per quel giorno lì.

Il 25 Aprile non si deve cantare “Bella Ciao” perché è una canzone di parte, perché è una canzone dei comunisti. Può essere, se mi dici esattamente quale punto del testo inneggia al comunismo. Perché io, anche a rileggerla attentamente, non l’ho trovato. Quando lo trovi, mi dici dov’è e poi a quel punto possiamo anche non far cantare “Bella Ciao”.

Il 25 Aprile del 1945 è una roba di 75 anni fa. Nel frattempo è nata la CEE, c’è stata la conferenza di Yalta, l’energia atomica, la guerra fredda, la fine della guerra fredda, la guerra in Jugoslavia, l’Unione Europea, il cambio di moneta, due mondiali di calcio vinti, duemila cambi di governo, il coronavirus. Un sacco di gente che è nata dopo quella data è morta, più o meno, di vecchiaia.

Vi fa così schifo lasciare il 25 aprile lì dov’è e piantarla di rompere il cazzo?

 

 

Il circo, le bestie.

E’ morto Sirio Maccioni. Sirio Maccioni è stato il fondatore del celebre ristorante “Le Cirque”, un ristorante di New York famosissimo dove non era raro incontrare al tavolo diverse celebrità dello spettacolo, dello sport, della politica e della cultura eccetera. Se digitate “Le Cirque restaurant celebrities” su Google, troverete una serie infinita di foto fatte nel ristorante con le facce di Robert De Niro, Spike Lee, Nicolas Sarkozy, eccetera.

Una volta, in un posto dove lavoravo tanti anni fa, una signora che era a capo di uno dei dipartimenti dell’azienda doveva andare in vacanza a New York. Era una tipa che urlava sempre, parlava sempre a voce alta, di quelle che vuol sempre far sapere che è lei a comandare e, per darvi l’idea di che tipo di persona fosse, aveva l’abitudine di non telefonare mai lei direttamente a qualcuno, bensì chiamava uno di noi sottoposti dandogli il numero e poi noi la annunciavamo. Questo anche quando era lì che non faceva una mazza, tipo che farsi annunciare la faceva sembrare qualcuno di autorevole.

Ebbene, la signora in questione aveva deciso che durante il suo soggiorno a New York avrebbe cenato al “Le Cirque”, il ristorante delle stelle. Sai mai che puoi dire nella vita di avere cenato con Richard Gere, Mike Tyson, Hillary Clinton o chi volete… Fece telefonare una povera impiegata che faceva il commerciale per gli USA per farsi riservare un tavolo. Il tavolo doveva essere riservato quello specifico giorno, visto che aveva anche altre cose già programmate. L’impiegata telefonò con me presente. Il ristorante la rimbalzò pari, dicendole che era tutto prenotato per parecchio tempo e che quindi non sarebbe stato possibile cenare da loro prima del (inserite voi una data successiva al rientro della fantomatica direttrice). L’impiegata registrò l’insuccesso della missione e lo riferì alla Signora Rottenmayer (da qui in avanti la chiameremo così),la quale andò su tutte le furie.

La Rottenmayer allora iniziò a urlare ben più rumorosamente del solito (e vi assicuro che il solito era un volume che andava ben oltre la soglia di un fonometro per un concerto con la batteria). Naturalmente, la colpa dell’insuccesso fu imputata alla scarsa vena dell’impiegata che aveva omesso di specificare la grande caratura della personaggia. Disse, ricordo bene, “Non è che son posti dove uno telefona e chiede un tavolo. Tu devi dire che telefoni per conto della signora Rottenmayer, dirigente amministrativo della Rottenmayer&NonnodiHeidi Incorporated, Devi chiamarli con una voce formale, CON STILE (sic), dai…su, adesso richiamali”.

In pratica un “Lei non sa chi sono io” che dal comprensorio ceramico della pianura padana andava dritto dritto dalla grande mela.

La signorina richiamò. Fece il suo bel discorso, con stile e padronanza, introducendo la Rottenmayer come si confà a una del suo calibro. Quelli del ristorante le dissero che non c’era posto fino al (ricordate la data di prima? Ecco, quella). L’impiegata riferì alla Rottenmayer che andò nuovamente su tutte le furie, che non era possibile, che non sei neanche capace di fare una prenotazione a un ristorante e altre cose tese alla pubblica umiliazione della povera malcapitata. Solo che la malcapitata, a questo punto, perse la pazienza e disse alla Rottenmayer che probabilmente lei, in effetti, non era all’altezza di un compito simile in un contesto così prestigioso come quello del Le Cirque e soprattutto non era in grado di rappresentare una personalità così ragguardevole e degna di nota in un ambito così altisonante; quindi chiese alla Rottenmayer se non potesse pensarci direttamente lei, visto che evidentemente quello sembrava essere l’unico modo.

La dirigente strapagata rispose,in modo ancorché stizzito, testualmente:

“Ah, ma se sapessi l’inglese lo avrei fatto io, cosa ti credi…”