TRIVENETA (Sì, è una canzone nuova)

Questa qui è una canzone nuova. Per un paio di giorni la potete ascoltare e potete vederne il meraviglioso video in esclusiva dal sito di “Sentire Ascoltare”
Si chiama “TRIVENETA” e farà parte di un nuovo disco che uscirà a settembre su etichetta New Model Label e che si chiamerà “LA PRIMA COSA CHE TI VIENE IN MENTE”.
Il pezzo è stato registrato nello studio degli M? a Pratissolo di Scandiano (RE) da Simone Gazzetti, che ha curato anche il missaggio.
Il mastering è di Davide Barbi.
Gli strumenti sono tutti suonati da me.
Il coro è stato fatto da me, Cesare Anceschi, Laura Sghedoni, Luca Verzelloni.
Il video è stato realizzato dal corso di Grafica dell’Istituto d’Arte “VENTURI” di Modena, coordinamento della professoressa Antonella Battilani.

I ragazzi che hanno fatto il video, a giorni hanno l’esame di maturità. Spero proprio che lo passino con un bel voto, perché con pochi mezzi hanno fatto un lavoro bellissimo. Sono loro i veri artisti, non io.

Musica, giornali,web. Una bella cosa che mi è successa.

Si dice spesso che le riviste che parlano di musica siano, come tutte le riviste in generale, sempre più in crisi. D’altro canto in rete possono scrivere tutti e quindi proliferano le fanzine ma la qualità della scrittura spesso si abbassa drasticamente. Tutte cose che abbiamo già sentito più volte, non so fin quanto vere.

La cosa che mi ha sempre lasciato perplesso delle fanzine sul web è il loro voler essere delle scimmiottature delle riviste tradizionali. Credo che se uno vuole farsi leggere debba cercare di proporre qualcosa che sia un minimo diverso dalla classica rivista e invece siamo pieni di webzine che prendono le agenzie per dare le notizie e fanno i copia e incolla, fanno le recensioni dei dischi che possono stare in una colonna come se fossero riviste, fanno le interviste di rito mandando un file di word con dieci domande e magari ti tagliano pure le risposte perché sono “troppo lunghe”.

Strano perché sul web in teoria lo spazio non manca, anzi.

Però la soglia di attenzione, l’hype, quelle cose lì. Finiscono per fare una rivistina in miniatura, spesso senza adeguata professionalità. E infatti dopo non molto vengono trascurate, principalmente per mancanza di lettori e per conseguente frustrazione degli scrittori, esattamente come accade ad un gruppo che si fa il culo come una capanna e vede che ai propri concerti ci sono venti idioti che bevono lo spritz chiacchierando senza ascoltare una mazza e poi commentando il concerto sui socialcosi come se lo avessero ascoltato. Li chiamano come quelli che andavano a sentire il Be Bop, ma sarebbe ora di cominciarli a chiamare con il loro nome.

Il sottoscritto, al giro promozionale di “Togliamoci il pensiero” aveva pensato, per ovviare a questa monotonia del giro di interviste da dieci domande con le stesse identiche domande sempre, di fare una cosa particolare. L’intento era fintamente provocatorio, in realtà avevo voglia di riuscire a parlare dell’album in maniera compiuta. Per quella volta feci le “interviste alla rovescia”, su idea del Dottor Manicardi. In pratica intervistavo io i giornalisti, così avrei evitato domande del tipo “Quali sono le differenze tra questo disco e i precedenti?” (“Siamo entrati in studio camminando all’indietro” dei Mudhoney, rimane la risposta del secolo a questa domanda) oppure “Cosa credi che manchi alla scena musicale italiana per crescere?” (“Se lo sapessi no spedirei piastrelle, credimi” sarebbe l’unica risposta onesta e invece sono talmente ipocrita che non l’ho mai data).

Beh, non funzionarono, le interviste alla rovescia. Dopo un poco mi resi conto di quanto sia mortalmente noioso fare domande su un disco a perfetti sconosciuti o quasi e dopo poco tempo mollai l’iniziativa. Mi dissi anche che i giornalisti musicali e i fanzinari, che ti fanno interviste a nastro a te e a tutti, sono veramente dei martiri, fanno un lavoro noiosissimo.

Negli ultimi tempi non sono mancate le boccate di aria fresca. Trovo che un blog come BASTONATE, ad esempio, faccia spesso le uniche interviste che vale la pena leggere. Il tono è colloquiale, sono chiacchierate e non hanno paura di chiedere “Ma com’è che suoniamo tutti da vent’anni e abbiamo ancora le pezze al culo?” invece che “Cosa manca alla scena italiana…” e questo genera risposte interessanti e autentiche, spesso. Ragion per cui ogni tanto escono queste interviste che sono lunghissime, ma si leggono così bene che a confronto le mini interviste di 3 domande di Vanity Fair sembrano noiose come un’enciclopedia.

E’ successo di recente che la rivista (fanzine, webzine, chiamatela come cazzo volete) chiamata SENTIREASCOLTARE, che opera sul web da tempo, mi abbia recensito molto bene “Distacco”. In seguito a questo, Stefano Solventi mi ha chiesto, invece di fare la consueta intervista a pappetta, di scrivergli qualcosa sul disco. Mi ha detto che potevo scrivere tutto quello che volevo, senza limitazioni, dovevo raccontargli tutto. Mi ha detto che avrebbe pensato lui poi a sfrondare qui e là e a inserire commenti a quello che raccontavo. A quel punto ho accettato.

A chiunque fa piacere raccontare della propria musica.

Ho scritto qualcosa come sette pagine fitte di word, lui ha tagliato a destra e sinistra e poi ha inserito i suoi commenti. Gli avevo chiesto, prima di pubblicarlo, di mandarmi il file definitivo, giusto perché a volta tagliando qui è là magari finisce che uno, anche senza volere, estrapola frasi dal contesto e chi si ritrova a leggere poi capisce il contrario. Ieri sera mi è arrivato il file, l’ho letto, Solventi ha fatto un buon lavoro.

Dice che ha dovuto un poco discutere per farlo pubblicare, perché anche se lui ha comunque tagliato parecchio è venuta una cosa bella lunga per gli standard ai quali è abituata l’editoria musicale. Dice che gli hanno detto che sai com’è, la soglia di attenzione e l’hype attorno a un disco e blah blah blah.

Beh, io volevo complimentarmi con lui e con il suo direttore per avere avuto le palle di fare una scelta del genere. Credo che se la facessero per tutti gli italiani che recensiscono bene, dando loro la possibilità di raccontarsi compiutamente, a quel punto cresceremmo davvero. Magari non come pubblico, magari non saremo fighi e alla moda, ma saremmo cresciuti, così come da bambini si diventa ragazzi e poi, finalmente, adulti.

A giorni la lettura.