#quellavoltache

Adesso che sta arrivando l’onda di riflusso, adesso che lo spettacolo si sta spostando sul dibattito “colpevole/innocente” del vip di turno e adesso che piano piano in tanti stanno cominciando a pensare che però ormai che due palle, volevo dire che secondo me l’hashtag #quellavoltache ha avuto lo straordinario merito di portare alla luce un problema, quello delle molestie sessuali e delle violenze perpetrate in questi anni a danno delle donne.
Mi è sembrato purtroppo di notare che, dato che questo dibattito è partito dal mondo del cinema, si sia voluto spostare l’attenzione proprio su quel mondo lì, con tutti i relativi tentativi di spettacolarizzazione delle varie faccende.
Credo che continuare a fare da semplici spettatori ponendoci il problema se questo o quello abbiano fatto questo o quello sia un aspetto abbastanza fuorviante e ritengo che sarebbe giusto cercare di concentrarci sul fatto che le donne che hanno raccontato le cose che hanno subito sono, in linea di massima, le nostre amiche, cugine, sorelle, fidanzate, mogli, madri, figlie.
Se non riusciamo a capire questo e releghiamo tutto al guardare dal buco della serratura il vip di turno come se fossimo il grande fratello, allora i mostri siamo noi.

Vela – Nuovo video

Domenica 15 ottobre verrà pubblicato il video di “VELA”, brano incluso nel mio nuovo album “La prima cosa che ti viene in mente”.
E’ il secondo video che esce dal disco, dopo “Triveneta”.
La regia del video è di Roberta Bedocchi.
Mi hanno detto che i video non si devono fare uscire di domenica mattina, che la gente la domenica mattina non ha voglia di fare niente e di stare attenta a niente.
Secondo me la domenica mattina invece è il momento perfetto per apprezzare questo video qui e, come dico spesso, bisogna ogni tanto anche dare ragione al proprio animo e alla propria indole.

Grant

“Hi Giancarlo, this is Grant. Well….uhm, uh….FUCK YOU, SON”

(Messaggio lasciato in segreteria da Grant Hart alla mia richiesta di un’intervista per la monografia retrospettiva che scrissi per il mucchio extra. Ciao, testa di cazzo che non eri altro. Ti vorrò sempre bene)

 

 

La prima cosa che ti viene in mente.

Non è ancora uscito ufficialmente, qualsiasi cosa possa significare una frase del genere per un musicista dilettante nel 2017.

Però, ecco, chi volesse già una copia de “LA PRIMA COSA CHE TI VIENE IN MENTE”, che è il titolo del mio nuovo album, può mandare una mail all’indirizzo tantopagaCHIOCCIOLAmiomarito.it lasciandomi il suo indirizzo, per il resto ci mettiamo d’accordo.

POSSO DIRE UNA COSA ANCHE IO SU “OK COMPUTER”?

Una volta lessi in “Come as you are”, la biografia dei Nirvana scritta da Michael Azerrad, che Cobain diceva che poco prima di “Nevermind” non potevi mica andare in giro a dire che ti piacevano i Black Flag ma anche i R.E.M., altrimenti avresti preso del coglione.

Ecco, questi circoletti chiusi qui dell’alternativismo, nei quali siamo rimasti invischiati un pochino tutti, prima o poi sono destinati ad aprirsi e a mutare nel tempo.

Per dirne una, se aveste chiesto nel 1982 a un qualsiasi critico musicale quale fosse il legame tra Siouxie and the Banshees e Johnny Cash, la risposta sarebbe stata probabilmente “nessuno”. Viceversa, se lo chiedete oggi 9 critici musicali su 10 vi risponderebbero “Nick Cave”, probabilmente tutti i software per l’ascolto di musica lo propongono, al punto che ci eravate arrivati addirittura da soli perché ormai vi sembra naturale (Se state pensando “però anche i Wall of Voodoo”, un giorno dobbiamo bere qualcosa insieme, offro io).

Ora, tralasciando la sua effettiva grandissima bellezza, secondo me la cosa più valida di “Ok Computer”, quella che lo ha reso definitivamente un classico già al momento della propria uscita, è stata che prima di quel disco lì dovevi sempre, se eri un fan del rock alternativo che uso quella parola lì così ci capiamo, far finta che tutto fosse non dico nato con il punk e il 1977, perché gli Stooges, gli Mc5 e comunque i Beatles e gli Stones eccetera, ma dovevi comunque far finta che da Altamont 1969 ai primi concerti dei Ramones al CBGB non fosse successo nulla, giusto un paio di dischi dei Pink Floyd ma che andavano comunque detti un pochino in sottovoce. Certo, c’erano stati Bolan, il Glam, Bowie, eccetera, ma il resto dovevi far finta che non fosse praticamente esistito e se solo provavi a parlarne ti veniva detto che eri un Riccardone, un pomposo e noioso amante del prog e i critici musicali usavano l’aggettivo “sinfonico” come fosse un’offesa, tanto che si era perso il suo significato originale (che del resto nessun frequentatore della musica rock conosceva).

Ecco, di colpo, davanti ai tempi dispari di “The tourist”, ai cambi di tempo delle diverse sezioni di “Paranoid android” e al fatto che nonostante 3 sezioni diverse, stacchi in tempi dispari e cambi di tempo fosse stata scelta come singolo, con un video che durava 7 minuti ed era completamente diverso da tutto quello che si vedeva su MTV, davanti all’attacco di tutta la band in “Exit music” che ricorda così tanto “Epitaph” dei King Crimson, potevi finalmente saltar fuori e rivelare al mondo che anche in quegli anni lì c’era stata musica davvero fighissima e che se proprio non era fighissima quantomeno aveva una sua cazzo di dignità.

TRIVENETA (Sì, è una canzone nuova)

Questa qui è una canzone nuova. Per un paio di giorni la potete ascoltare e potete vederne il meraviglioso video in esclusiva dal sito di “Sentire Ascoltare”
Si chiama “TRIVENETA” e farà parte di un nuovo disco che uscirà a settembre su etichetta New Model Label e che si chiamerà “LA PRIMA COSA CHE TI VIENE IN MENTE”.
Il pezzo è stato registrato nello studio degli M? a Pratissolo di Scandiano (RE) da Simone Gazzetti, che ha curato anche il missaggio.
Il mastering è di Davide Barbi.
Gli strumenti sono tutti suonati da me.
Il coro è stato fatto da me, Cesare Anceschi, Laura Sghedoni, Luca Verzelloni.
Il video è stato realizzato dal corso di Grafica dell’Istituto d’Arte “VENTURI” di Modena, coordinamento della professoressa Antonella Battilani.

I ragazzi che hanno fatto il video, a giorni hanno l’esame di maturità. Spero proprio che lo passino con un bel voto, perché con pochi mezzi hanno fatto un lavoro bellissimo. Sono loro i veri artisti, non io.

BonaCompagnìa.

Alla caserma “Romagnoli” di Padova, dove ho fatto gran parte del servizio militare, ricordo che si guardava spesso “Non è la Rai”. Il periodo era quello tra l’autunno 1993 e l’estate 1994.

Un sacco di miei coetanei stava davanti alla televisione come ipnotizzato a guardare queste ragazzine che ballavano per dei quarti d’ora ammiccando alla telecamera, spesso in costume da bagno.

Ricordo che era pieno di ragazzi che guardavano e poi cominciavano a urlare alla televisione insulti del tipo “Puttana, fatti chiavare. Troia, fammi un bocchino” e cose così.
Ricordo che stavano lì fermi e poi avevano questi scatti d’ira, come dei raptus. Di colpo iniziavano a urlare “Diocane, troia, puttana” e a volte lo ripetevano più volte, con una rabbia sempre crescente.

A volte capitava che si alzassero per andare a toccare la televisione, offendendo la ragazzina di turno mentre facevano scorrere le dita sullo schermo, mimando dei ditalini. A volte, visto che le televisioni portatili erano sulle brande, mentre urlavano quelle cose lì si mettevano davanti al teleschermo mimando la chiavata, ma a quel punto gli altri urlavano al tipo che doveva spostarsi, spesso tirandolo via di peso e buttandolo a terra.

Una volta, un tipo di Brindisi si prese proprio l’uccello in mano per un poco, prima che gli dicessimo che forse era il caso che andasse a farsi una sega nei cessi e non qui di fronte a noi. Lui indugiò un poco, rimise il cazzo nei pantaloni, continuò comunque a toccarsi i pantaloni per qualche minuto continuando a mugugnare dei “Troia, puttana, fatti inculare” e poi andò nel cesso alla turca a finire quello che stava facendo.

Dopo un poco non ci facevi più caso, a militare è normale avere un casino della madonna attorno e intanto continuare a farti i cavoli tuoi in mezzo a quel casino.

Ricordo che se facevi notare che si poteva guardare anche qualcosa di diverso, ti veniva risposto che eri un finocchio, che a te non piaceva la figa, che eri un imbecille, un mezzo uomo, un ritardato, una cosa così.

Il vaticano e le barriere architettoniche.

Se sei depresso.
Se ti molla la moglie.
Se perdi il lavoro.
Se hai dei debiti.
Se hai paura di confessare una cosa ai tuoi
Se ti prendono tutti in giro perché sei diverso.
Se vuoi protestare contro qualcosa.
Se vuoi attirare l’attenzione.
Se hai dei rimorsi per qualsiasi cosa.

Puoi ammazzarti.
Non solo, ma nella stragrande maggioranza dei casi ti fanno pure il funerale in chiesa, fanno l’omelia dove dicono che abbiamo tutti la colpa perché ti sei ammazzato per le tue menate del cazzo, ci raccontano quanto eri buono e sensibile e mi raccomando, guai a non avere compassione per te.

Se invece sei un handicappato, al punto tale che non riesci ad ammazzarti anche se vorresti, allora sono cazzi tuoi. Se solo ci provi, vai all’inferno.

Devi crepare lentamente, soffrendo, perché sei solo uno storpio del cazzo.

(Dal vangelo secondo “Wojtila Voyeur”)

Capodanno: vietati i cani perché spaventano i botti.

Secondo me, poi posso anche sbagliarmi perché è solo una sensazione non suffragata da dati scientifici, i botti di capodanno fanno male alle bestie nel breve periodo, ma alla lunga fanno bene. In fondo è una cosa naturale, il più forte sopravvive e si adatta. Darwin insegna.

Provo a spiegarmi.

Secondo me, poi magari mi sbaglio perché dico un poco così come mi viene, i botti di capodanno sono un’usanza barbara, assimilabile a robe del tipo la corrida, la mattanza dei tonni, quelli che si tirano le arance a Ivrea, robe così.
Secondo me, poi mi posso sbagliare, le persone più civili e di classi sociali più alte o comunque le persone più fini ed intelligenti non è che perdono tempo in queste cose qui.

Quando lo fanno, tipo con la caccia alla volpe o quelle cagate lì, lo fanno per sentirsi un poco dei “veri uomini”, come fanno i bambini quando dicono le parolacce e poi ridono, oppure come fanno i maschi quando fanno la gara a chi piscia più lontano che così guardano chi ce l’ha più grosso.

A me mi è sembrato anche di notare, poi posso anche sbagliarmi, che ad esempio una volta i botti fossero molto più presenti e sentiti come rito collettivo. Ma forse è solo che una volta, quando ero piccolo, dicevo le parolacce e poi mi mettevo a ridere.
Per dire, una volta era uso comune anche tirare la roba vecchia dalla finestra e a capodanno uno poteva tranquillamente mollare un armadio giù sul marciapiede dal sesto piano e se uno ci si trovava a passare sotto veniva anche da pensare che un pochino però anche lui a passare proprio di lì se l’era cercata.

Poi i tempi cambiano, tanto è vero che scommetterei qualche soldo che anche tu che stai leggendo pensi che quando stai camminando sul marciapiede e uno ti tira un armadio in testa, allora chiami i carabinieri. Nel malaugurato caso che qualcuno poi ti venga a dire che te la sei cercata perché camminavi per strada il 31 dicembre e quindi è normale che ti abbiano colpito con un lavandino, secondo me ti girano le palle a elica per tutto l’anno nuovo.

Mi viene anche da pensare, poi posso sbagliarmi che è un ragionamento semplicistico, che la cosa della roba dalla finestra è andata scemando prima nelle aree più industrializzate del paese, dove c’era più gente che andava a scuola e dove i servizi sociali, dalla raccolta del pattume alla sanità e altre robe del genere funzionassero un poco meglio. E’ una cosa che oggi suona anacronistica, anche se resiste sporadicamente nelle aree più depresse dal punto di vista socio-economico-culturale.

A suffragare questa ipotesi mi vengono in mente (sia chiaro che sto sempre semplificando un poco così e quindi magari mi sbaglio, si fa per parlare) quei paesi dell’area balcanica che magari hanno avuto guerre o rivoluzioni violente in epoca recente, dove quando scocca la mezzanotte magari alzano un mitra al cielo e tirano delle smitragliate in aria e tutti battono le mani e ridono, un poco come quando accendi la tv che vedi una tribù dell’Afghanistan nord-orientale intenta a far fuori un caricatore di un Ak47 sparando al cielo solo perché ha un’occasione buona per festeggiare, indipendentemente che si tratti di uno che si sposa, del fatto di aver lapidato a morte una donna che aveva detto “Secondo me no“, oppure perché la Virtus Baghdad ha vinto lo scudetto anche quest’anno.

Per dire, io mi ricordo che quando ero piccolo la cosa dei botti era molto più sentita. Poi la nostra generazione piano piano ha cominciato a pensare che il capodanno fosse una cosa diversa e che non c’era bisogno poi di far saltare in aria le cassette della posta per divertirsi, bastava stare con i propri amici, andare a qualche festa, sbevazzare un po’, ballare, provare a rimorchiare (che chi chiava il primo dell’anno poi chiava tutto l’anno).

Credo che centri molto il fatto che ad un certo punto avevamo il motorino e potevamo andare nei posti, poi con la moto nei posti un poco più lontano, poi con la macchina anche se pioveva ti schiodavi dal tuo quartiere di merda e giravi il mondo e scoprivi la vita.

Quindi, poi magari mi posso sbagliare, ci sono quelli che magari non lo capiscono ancora, però bisogna avere fiducia che è solo una questione di tempo e magari a forza di passaparola (o di moto e di macchine) le cose cambiano.

Io ad esempio leggo ogni anno di gente che si fa saltare in aria a capodanno e perde una parte del corpo, ma non ne conosco nessuno di persona. Quando mi capita di parlarne con chi conosco di persona, nessun altro ne conosce uno. Sono solo numeri e parole lette sui giornali.

Eppure esistono.

Quindi, tu che stai leggendo magari ne conosci qualcuno, di quelli che a capodanno restano senza un dito, una mano, un occhio. Magari capiterà ad un vostro amico, magari a vostro figlio. Magari capita a voi.

Magari succede che vostro figlio perde una mano o un occhio e dopo dovete spendere un casino di soldi in visite ed esami oltre al fatto che lo sapete come sono i bambini, no? Magari vostro figlio lo prendono in giro e lo chiamano “CICLOPE” a scuola e lui cresce con dei complessi della madonna. E voi con lui, che magari il petardone glielo avevate comprato voi oppure magari lo avete fatto saltare voi, l’occhio.

Oltre al fatto squisitamente economico, che voi dovete lavorare un casino e prendere dei permessi per portarlo alle visite, capita che magari per farlo curare spendete quei soldi che prima spendevate per le ferie e invece ora ci pagate il “viaggio della speranza” nella clinica di Detroit dove vi hanno detto che spendendo l’Ira di Dio forse vostro figlio non sarà più un ciclope.

Magari poi il viaggio della speranza va male. Magari, oltre ad essere senza soldi, rimanete pure monchi o guerci.

E al paese vi fanno anche le battute al bar non appena andate via, tipo che “Gli è costato un occhio della testa” oppure “Poverino, avrebbe proprio bisogno di una mano” e tutti giù a ridere.

Però vedete, il fatto di crescere in mezzo agli insulti immotivati degli altri bambini potrebbe temprare il carattere di vostro figlio e farlo crescere più forte di carattere.

Anche il fatto di pensare che a scoppiare un botto vi siete fatti saltare una mano e ora vivete con un sussidio potrebbe farvi capire il vero valore delle cose e farvi prendere le giuste decisioni nella vita futura.

Insomma, in fondo è una cosa naturale, il più debole soccombe, il più forte si adatta. Darwin insegna.

Perché secondo me, poi posso anche sbagliarmi perché è solo una sensazione non suffragata da dati scientifici, i botti di capodanno fanno male alle bestie nel breve periodo, ma alla lunga fanno bene.

(Ho un cane, con cui passo regolarmente la mezzanotte in viaggio in autostrada per non fargli sentire i botti, altrimenti gli scoppia il cuore. Se il 2 gennaio sarà vivo, vi faccio vedere la foto. Se il 2 gennaio vi siete fatti saltare gli occhi con un petardo, non preoccupatevi. Vi telefono e ve la descrivo. Sempre che abbiate la mano da tener su il telefono)