A Roma nr. 2 – Postilla (Ma anche a Udine e Pistoia, per dire. E sabato a Firenze)

Io a Roma non ci avevo mai suonato. Ci ho suonato il 3 Aprile, un mese fa, una domenica. Al Pigneto, il quartiere dove stanno succedendo tutti questi begli accadimenti dei localini che chiudono.

Sono stato a suonare in un posto chiamato Klamm, dove ho conosciuto Emiliano Angelelli, che è uno proprio bravo, che organizza le cose per bene, mi sono divertito molto, ospitalità squisita.

Ho dormito in un B&B a cinquanta metri dal locale. Pulito, ben tenuto eccetera. Ho trovato parcheggio sotto al B&B, solo che ero un poco sulle strisce pedonali e io che sono un provinciale mi facevo dei problemi ad avere la macchina lì, poi ho capito che se a Roma non parcheggi da cazzo ti guardano male.

Mentre sono lì che entro, vedo un tizio che si apposta sotto una finestra e spia dentro. Mi faccio i cazzi miei, poi entro e dopo un poco, mentre cerco di dormire un attimo, sento un gran casino. Esco e c’è un tizio che urla dietro all’altro tizio, arrivano alcuni amici, si urlano in faccia cose, alcuni hanno un bastone in mano. Arriva la polizia, prende i documenti, i tipi continuano a girare con il bastone. I poliziotti hanno l’aria di quelli che verrebbero sopraffatti in un secondo, se solo i tizi volessero. Ad un certo punto, il tizio più rumoroso, il classico coatto romano, va in casa e si prende una birra e poi torna fuori. L’altro gli urla delle cose su sua madre, allora il tipo dà la birra in mano al poliziotto dicendogli “Me la reggi?” e poi prende un bastone in mano e minaccia quell’altro. Il poliziotto stà lì con la birra in mano per un minuto, come un cameriere qualsiasi, sbadigliando. Poi il tipo torna. I poliziotti prendono i nomi, mentre lui appoggia la lattina di birra sul tergicristallo della macchina della polizia. I tipi si minacciano a vicenda davanti a tutto il quartiere, la polizia se ne va dopo che l’altro tipo (quello che urlava le robe sulla madre) se ne è andato. Poi i tizi continuano ad urlare per strada, con i bastoni in mano. Tutto sotto la mia finestra.

Però il problema del Pigneto è la musica dal vivo che richiama i malintenzionati. Il problema di Pistoia è che ci suonano dentro in acustico e disturbano. Il problema di Udine è che gli africani telefonano a casa scroccando un wi-fi.

Sabato sera suono a Firenze, a San Salvi, al Bar Ulisse, nell’ex-manicomio. Sempre che non arrivino i matti, con una divisa, a far finta di essere dalla parte della legge.

Corradini sindaco (Quello che sta succedendo a Roma, ma mica solo a Roma)

Quando ero piccolo, nel mio quartiere c’erano gli eroinomani. Se ne stavano lì a cinquanta metri da dove noi prendevamo l’autobus. Facevo le elementari. Stavano accampati in una cabina dell’Enel di fianco al parcheggio del bar. La cabina dell’Enel veniva chiamata “LA cabina” e quelli erano i “cabinati”, che era un modo gentile per dire che erano degli eroinomani. I cabinati non ci sfioravano neppure, se ci avvicinavamo ci mandavano via.

Un giorno capimmo che c’era un tacito accordo tra i genitori del quartiere e i cabinati. L’accordo era che loro non dovevano farsi vedere mentre si drogavano da noi bambini. Se succedeva, li avrebbero ammazzati di botte.

Oggi, i genitori che dicono che portano i bambini a scuola in macchina perché “Sennò chissà chi incontrano” mi fanno ridere. Principalmente perché noi ci andavamo a piedi, passando da soli (e facevamo le elementari) di fianco ai cabinati. Che non ci hanno mai disturbato. Perché altrimenti li ammazzavano di botte. Le cose tipiche degli eroinomani (rubare o fare le seghe e i pompini ai vecchi per trovare i soldi, bucarsi e sdraiarsi con gli occhi a spillo) le facevano da un’altra parte, di nascosto e in silenzio, nessuno sapeva.Ogni tanto uno spariva e poi tornava dopo qualche ora, ma noi non ci accorgevamo di niente.  Al limite vedevamo qualche iniziativa di gruppo, tipo quella volta che hanno fatto il “giochino del buondì”, che consiste nel comprare un “Buondì motta” e poi dargli un morso ogni passo camminando normale senza fermarti e in dieci passi devi aver finito il buondì (Sembra, ma non è facile per niente. In genere finisce che dopo sei passi stai sputando fuori il buondì per strada e tutti ridono come pazzi a vederti soffocare. Provate, fa molto ridere).

Ogni tanto qualche cabinato moriva di overdose, oppure spariva e andava in comunità, oppure cambiava compagnia di eroinomani e basta. Dopo qualche anno, i cabinati sono spariti tutti. Non ricordo esattamente come sia successo, sono spariti e basta. Qualcuno morto, qualcuno in comunità, qualcuno non lo so.

Ad un certo punto noi, che nel frattempo eravamo diventati adolescenti, abbiamo cominciato a ritrovarci in quella cabina lì. Stavamo lì. Senza l’eroina, ma intanto stavamo lì. Era un punto logisticamente comodo per stare in pace a farsi i cazzi propri non lontano da un bar. Quando sei giovane vuoi stare lontano da occhi indiscreti a farti i cazzi tuoi, ma succede che poi fai rumore e quindi ti sentono. Come tutti i ragazzi, facevamo un gran casino per strada. Parlavamo forte, facevamo un poco gli spacconi, qualche moderatissimo atto di vandalismo (Tipo quella volta che volevamo cambiare nome ad un viale e abbiamo pensato di cancellare il nome a colpi di scalpello a mezzanotte di un giorno lavorativo). Le solite cose, insomma.

Tutto il quartiere ci detestava, come normalmente le famiglie che lavorano detestano i giovani che girano senza fare un cazzo e fanno casino. Le solite cose.

C’era un tizio, un signore in pensione che faceva i lavoretti in tutto il quartiere, si chiamava Corradini, il nome non l’ho mai saputo. Era il classico tipo che ti si rompe la tapparella e chiami Corradini, mica un tecnico. Poi se Corradini non ci riesce, ti rivolgi ad un professionista.

Lui non si lamentava. Corradini veniva tutte le mattine con la scopa e la paletta e puliva la cabina, dove noi avevamo lasciato regolarmente un poco di merdaio, principalmente perché eravamo dei maleducati del cazzo, anche se all’epoca ci sentivamo molto fighi.

Gli altri “grandi” del quartiere gli dicevano spesso su. Dicevano che a noi bisognava stangarci, bisognava chiamare la polizia, bisognava insegnarci l’educazione a bastonate. Bisognava darci un taglio con noialtri, che vedrai che se andavamo alla cabina degli eroinomani anche noi saremmo diventati così.

Io mi ricordo una volta che lui, davanti a diverse persone che si lamentavano molto forte, rispose più o meno che di avere dei giovani come noi avrebbero dovuti essere tutti molto contenti e che era una bella fortuna, per il quartiere, avere dei giovani come noi.

Le persone che si lamentavano molto forte allora risposero che non era mica tanto una fortuna, noi facevamo un casino infernale, eravamo rumorosi, disturbavamo la quiete pubblica.

A quel punto Corradini disse una cosa che io non dimenticherò mai. Disse (il virgolettato è mio, ma si fa per capirsi)

“Guardate che fin quando i giovani li sentite fare rumore, vuol dire che sapete dove sono e cosa fanno. Quando cominciate a non sentirli più, è in quel momento lì che dovete avere paura. Perché non sapete cosa fanno e se non si fanno sentire, vuol dire che ci tengono a farlo di nascosto. E se lo fanno di nascosto, allora potrebbe essere qualcosa di pericoloso. E quando lo scoprirete, allora magari sarà troppo tardi, poi dopo piangete. Che sono i vostri figli, quelli lì”

Personalmente, quando ho sentito parlare della chiusura del Dal Verme e di altri circoli a Roma, ma anche quando ho sentito della polizia che va a dire a quelli del MissKappa a Udine che devono spegnere il Wi/Fi perché altrimenti gli stranieri vengono ad usarglielo per telefonare a casa, io non ho mica tanto pensato alla cultura, all’arte, a quelle robe lì e ai grandi discorsi (più che legittimi, ci mancherebbe) che sento spesso fare per difendere quel tipo di associazioni. Associazioni che, sarà un caso, cominciano a venire colpite trasversalmente con motivazioni spesso risibili.

La cosa che mi fa davvero incazzare, personalmente,  è vedere che noi che facevamo un casino stiamo diventando sempre più “gli altri grandi” ma tra di noi non sembra esserci nessun Corradini. E, quando ci si rompe la tapparella, ci va bene lasciata giù, che non si veda e non si senta niente. Un giorno, forse, non ci sentiranno nemmeno piangere.

 

A me piaceva il concertino. Quello con la granella e l’amarena dentro. E dire che l’amarena mi fa schifo. Però il croccante dell’Algida era più buono, ché aveva la granella grossa.

Una volta, sarà stato il 1995 o giù di lì, ero a bere qualcosa con uno di un gruppo che era stato invitato al concerto del primo maggio. Mi disse che avevano deciso di non andare, perché li avrebbero fatti suonare molto presto e “Non c’era la televisione”. Disse che se non c’era la televisione, allora non ne valeva la pena. Lo stesso gruppo, in quel periodo lì, in ogni concerto diceva dietro a Berlusconi dal palco e parlava (sempre dal palco) di “Telecrazia”, diceva (sempre dal palco) che un milione di persone in piazza contro Berlusconi non servivano a niente perché gli italiani erano un branco di rimbambiti dalla televisione. Penso che avessero ragione in tutto, però ora il gruppo al primo maggio ci va spesso, ci va in orari che la televisione c’è e dice sempre delle cose belle su questa piazza, sui sindacati, cose così.

Anni fa, un rapper che stava suonando al primo maggio, si fermò dalla sua performance perché la televisione interrumpe il collegamento per fare andare il tg3. Poi, quando riprese il collegamento, ricominciò a cantare. Alcune centinaia di migliaia di persone che erano lì non contavano niente, erano solo tappezzeria. Ci voleva la tv.

Ogni tanto succede che un gruppo o un artista di quelli che vengono invitati al primo maggio venga tagliato dalla televisione e da qualche anno a questa parte, quando succede, si arrabbia molto e mette un pistolotto su un social network circa la mancanza di rispetto o dice cose tipo “Vaffanculo” o mostra il dito medio. Si incazza perché non va in televisione.

Ogni anno succede che ci si lamenti della qualità dell’audio del concerto del primo maggio, che in effetti fa sempre schifo perché in Italia i fonici in tv non riescono a fare sentire le frequenze basse, si vede che c’è qualcosa che non va nelle loro orecchie. Però il concerto lo si guarda in televisione.

Ogni anno succede che si commenti il concerto del primo maggio dicendo che fa schifo, ed in effetti fa abbastanza schifo, che se devo pensare al cast del concerto di quest’anno, io ad esempio ho solo tre o quattro dischi in casa su quei duemila che ho. Poi però, questo concerto che ci fa schifo a tutti, poi succede che un anno ci invitano e allora non fa più così schifo anzi è una bella esperienza, è una bella occasione, comunque si va in tv e magari dopo per un annetto ai nostri concertini c’è un poco più gente che di solito non c’è un cane e c’è gente che aspetta il primo maggio solo per quella cosa lì. Per la televisione.

Ogni anno succede che il concerto fa schifo, poi arriva un tizio che conosciamo sul palco e allora “Grande!!!”, “Te lo meriti”, “Bravo”, “Tizio e Caio in diretta sulla Rai, daje!!!” Perché lo vediamo in televisione.

2 Maggio. Stamattina vado in ceramica, a lavorare. La televisione non c’è.

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La fabbrica delle muse

Nelle interviste a quelli che suonano da qualche tempo ha iniziato a prendere piede la cosa di dire che “Mi vedo più come un artigiano”. In genere significa che sei in china discendente e ti sei arreso alle dimensioni della tua piccola attività musicale. Quantomeno, il sottotesto è quello.

Poi ci sono quelli che invece loro sono degli artisti, che fanno arte, che non seguono le logiche di mercato, che non copiano gli altri, che aspettano la musa e la seguono.

Ecco, è sorprendente come le muse di quelli che suonano dicano sempre al loro artista che deve iniziare con la strofa e poi con il ritornello, più melodico e orecchiabile. Che il ponte va messo dopo il ritornello e mai dopo la strofa. Che se c’è un assolo non va mai messo all’inizio. Che il ritornello lo devi ripetere. Che dicono loro che il primo pezzo del disco deve essere carico, che il terzo deve essere quello più immediato, che quello lungo lungo con la coda finale deve essere l’ultimo, che deve uscire un disco ogni anno e nove mesi.

 

Queste muse. Chissà dov’è la fabbrica dove le fanno, in serie, tutte uguali.

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Mia moglie l’anno scorso, per il mio compleanno mi fa avere un pacchetto e mi dice che quest’anno mi ha fatto solo un pensierino, che le tasse del negozio, le ferie, eccetera. Lo apro. Dentro c’è la replica esatta della maglia di Johan Cruijff del mondiale del 1974. Ho provato a spiegarle che era tutta la vita che aspettavo che qualcuno mi regalasse questa maglia, ma secondo me non ha mica capito quanto ero contento. Ho i brividi adesso che lo scrivo.

Anni fa mi feci spedire da un olandese appassionato di calcio tutte le partite dell’Olanda del 1974. Un paio hanno il commento della ESPN sports classics ed è per questo che pagherei un centinaio di euro senza pensarci per avere una Olanda-Argentina 4-0 con il solo audio dello stadio. Su Youtube non c’è, ho controllato.

Vi siete mai chiesti perché questo blog ha lo sfondo arancione? Vi siete mai chiesti perché è il mio colore preferito? Vi siete mai chiesti perché sono stato in Olanda cinque volte senza bisogno di andare a puttane o farmi le canne?

Non mi ricordo quanti anni avessi, ricordo solo che vidi “IL PROFETA DEL GOL” di Sandro Ciotti in televisione. Erano ancora gli anni settanta. Di quel documentario ricordo ancora la musica della colonna sonora, che annovero tra le cose più malinconiche che io abbia mai sentito.

Io non li ho visti, i mondiali del 1974. Non in diretta, almeno. Io sono nato nel 1972. Il primo ricordo calcistico che ho è mio fratello in vacanza a Rapallo che piange dopo che l’Olanda ci ha negato la finale del mondiale in Argentina battendoci 2-1. Cruijff non c’era, si diceva non fosse andato per la dittatura, anni dopo avrei scoperto che non era andato perché dopo che gli erano entrati in casa minacciando di rapirgli la famiglia e puntandogli una pistola alla testa, aveva ridefinito le sue priorità.

All’epoca le immagini del calcio straniero praticamente non esistevano. C’erano tre canali tv. Internet manco riuscivamo ad immaginarcelo.

Mi ricordavo di Ciotti e del suo film, che riguardavo per intero ogni volta in cui mi capitava di inciamparci. E poi seguivo sui giornali e dovunque potesse capitare, almanacchi e tutto, il suo nome. Cruijff era un mondo intero che si apriva nella meraviglia di un gioco.

Ricordo che quando giocavo a pallone da ragazzino, se mi capitava di finire in panchina, allora insistevo per avere il numero 14. Da noi non si poteva scegliersi il numero. Lui poteva, quando nessuno poteva. Si diceva che avesse ottenuto un permesso speciale dalla federazione, dal gran che era fortissimo. In effetti di cose particolari ne aveva. Quando l’Olanda andò al mondiale del 1974, lo sponsor tecnico era l’Adidas e tutti avevano le tre bande nere laterali sulla maglietta. Cruijff aveva la Puma e pretese e ottenne di avere due bande nere e non tre. L’unico. I numeri dell’Olanda erano distribuiti in ordine alfabetico, tutti. Jongbloed, il portiere, aveva il numero 8, per dire. Cruijff aveva il 14. L’unico a non avere il numero in base all’alfabeto. E pensare che, se avessero dato retta all’alfabeto, in quella nazionale avrebbe avuto il numero 1. Non lo ebbe proprio perché era il numero uno per davvero. Quel mondiale doveva essere la sua assoluta celebrazione, ma mancò la ciliegina sulla torta. Il mondiale dove tutto il mondo si accorse della “Het Cruijff draai”, la finta alla Cruijff, il suo tocco più celebre.

E dire che aveva vinto tre coppe dei campioni, con l’Ajax. Non so quanti campionati olandesi. Una coppa intercontinentale. Una sola, perché le altre due edizioni alle quali avrebbe avuto accesso l’Ajax decise di non andare. La prima volta lasciò il posto al Panathinaikos e la terza alla Juventus. Ce la vedete una squadra che vince per la prima volta la coppa dei campioni e rinuncia a giocare la coppa intercontinentale l’anno dopo? Ecco, quello era l’Ajax, quello era Cruijf, quelli erano (e sono ancora) gli olandesi.

Dopo la terza coppa dei campioni Cruijff andò in Spagna, al Barcellona. Erano anni che il Barcellona non vinceva il campionato. Con Crujiff tornò a vincerlo. Fece il gol più incredibile che la storia del calcio ricordi, contro l’Atletico Madrid, un gol in acrobazia di tacco quasi dalla linea di fondo campo. Lo chiamarono “Il gol impossibile” ed in effetti gol così non li fa più nessuno. Quando alcuni giocatori dell’Atletico protestarono per un fallo, il loro allenatore Kubala disse che “Davanti ad un gol così non si discute, si applaude”. Il Barça vinse 5-0 in coppa del Re contro il Real Madrid, una cosa che chi c’era a Barcellona quell’anno non dimenticherà mai.

Dopo qualche stagione e dopo l’episodio di cui parlavo sopra, Cruijff decise di cambiare vita. Iniziò un periodo altalenante, che lo vide giocare a gettone (primo caso al mondo) nella squadra catalana del Levante, in seconda divisione. Andò in America, insieme a tanti giocatori a fine carriera, a cercare di lanciare il Soccer, la versione a stelle e strisce del Calcio. Giocò nei Los Angeles Aztecs e nei Washington Diplomats. Venne eletto miglior giocatore della lega, poi tornò in Europa. Era il 1981.

Fece una prova con il Milan in un Mundialito estivo. Fece cagare. Lo fischiarono tutti. Se ne tornò in Olanda. A casa. All’Ajax. Lo scetticismo era alto, ma alla prima partita contro l’Haarlem fece un gol evitando tre avversari e beffando il portiere avversario con un pallonetto da fuori area. Ad Amsterdam se lo ricordano ancora. Vinse il campionato. Giocò due stagioni con l’Ajax, poi alla terza stagione la dirigenza non gli rinnovò il contratto.

Cruijff allora decise di firmare con il Feyenoord. Per chi non mastica di calcio olandese, immaginatevi Totti che firma per la Lazio.

Alla prima amichevole venne fischiato da tutto lo stadio dei suoi nuovi tifosi. Un gigantesco striscione diceva “Feyenoord Forever – Cruijff Never”. Odiato da tutti.

Il Feyenoord non vinceva il campionato dal 1974 (vale a dire da quando Cruijff se ne era andato dall’Olanda). Lo rivinse quell’anno. Se andate su Youtube ci sono tutte le partite, in sintesi di un quarto d’ora l’una. Cruijff gioca con il numero 10, ormai fa il regista e non corre più granché, ma mi stupisce il fatto che nessuno citi mai quella stagione come una delle sue più incredibili. Se guardate le partite, ogni volta che tocca la palla, sembra che si accenda la luce. E’ sempre protagonista della manovra. Spesso segna, magari dopo aver dribblato quattro o cinque avversari. A 37 anni, senza mai aver smesso di fumare. Il video dell’ultima partita di campionato è il più emozionante. Ad un certo punto viene sostituito, tutti sanno che quella è l’ultima volta. La partita si ferma per cinque minuti, giocatori ed avversari lo portano in trionfo, gli stringono la mano, i tifosi che solo qualche mese prima gli tiravano i petardi e lo offendevano, si alzano ad applaudirlo.

Cruijff ha vinto pure da allenatore, con l’Ajax e con il Barcellona. La prima coppa dei Campioni del Barça vedeva lui in panchina. Lui che diceva che i giocatori dovevano muoversi liberamente dentro uno schema, esattamente come faceva l’Olanda del 1974 che (come l’Ungheria del 1954) fu l’unica squadra a far fare un balzo in avanti al calcio di 20 anni e a fare scuola senza vincere niente. Lui che da allenatore diceva ai suoi giocatori che “Arriverò nello spogliatoio sempre e solo venti minuti dopo la fine della partita, così che abbiate il tempo di insultarmi, di sfogarvi e di dire tutte quelle cose che non potrete ad un allenatore davanti a tutti nello spogliatoio”.

Poi i problemi di salute, dovuti al fumo. Bypass coronarici, la necessità di una vita tranquilla.

Deve essere stato strano per lui, visto che tanto tranquillo non è mai stato. Cruijff sapeva essere sbruffone come pochi. Come quando per spronare i suoi non esitò a ridicolizzare verbalmente il Milan di Capello, che poi gli rifilò 4 gol e facendogli fare una bella figura di merda.

Oppure come quando un giovanissimo Jorge Valdano (poi campione del mondo nel 1986) lo incrociò sul campo e gli disse, mentre stava litigando con l’arbitro, se gli poteva ridare la palla che dovevano giocare. L’olandese apostrofò l’argentino dicendogli “Quanti anni hai ragazzino?” e alla risposta “21” disse “Alla tua età a Johan Cruijff gli si dà del lei”.

Oppure come quella volta che si mise in testa, nel 1982, di battere un rigore in maniera indiretta. Segnò, i giocatori avversari non ci capirono niente. Con la Maglia dell’Ajax.

Cruijff aveva fatto tutto con quelle due maglie. Il rigore di seconda con la maglia del Barcellona mancava. Ma il 14 febbraio di quest’anno Messi e Suarez ci hanno pensato loro, contro il Celta Vigo. I social network sono subito impazziti nel commentare la notizia come una semplice sbruffoneria, non pochi tra quelli che conosco hanno detto che bisognava “spezzargli le gambe” e cazzate del genere.

A pochi era saltato alla mente che, dopo avere annunciato di essere malato di cancro ai polmoni (malattia che non lascia scampo), Cruijff proprio il giorno precedente, 13 febbraio 2016 aveva fatto la prima dichiarazione pubblica da malato di cancro. E puntuale, il giorno seguente, Messi e Suarez avevano fatto quel piccolo omaggio al campione.

Cruijff aveva detto “Contro il cancro siamo alla fine del primo tempo e per ora sto vincendo 2-0”. Anche nel momento della sconfitta definitiva, davanti ad un avversario imbattibile, non aveva rinunciato ad una finta da fenomeno, spavalda, sbruffona.

Una finta alla Cruijff.

 

Forse un giorno, la musica.

E’ curioso come per definire la musica che va dal rinascimento all’inizio del novecento, noi tutti utilizziamo un’unica parola.

CLASSICA.

Può essere musica da camera, musica orchestrale, inni religiosi, un quartetto che suona un adagio, un’orchestra intera che spara “La sagra della primavera” o qualche delizia Weberniana, di tutto un poco. Ma un’unica parola. Quando non è musica folk, allora è musica classica.

Due parole. FOLK e CLASSICA.

Poi hanno inventato il fonografo e passo dopo passo siamo arrivati alla musica distribuita registrata in multitraccia, dapprima su supporto fisico fino ad arrivare ai giorni nostri con la condivisione un file digitale su una piattaforma.

E’ curioso come le musiche prodotte negli ultimi settant’anni hanno avuto bisogno di parole sempre crescenti per essere definite. Blues, Rock’n’Roll, Rock e poi via via psichedelia, beat, punk, glam, disco, techno, rap, hip-hop, grunge, new wave, garage, crossover, funk, metal, hard rock, vogliamo andare avanti?

Immagino che questo percorso possa essere stato identico per la musica che oggi chiamiamo con un’unica parola. Penso che nei primi dell’ottocento, di fronte all’esuberanza compositiva di uno Schubert, ci sarà stato chi parlava di “Scuola viennese” come noi oggi parliamo della scena noise di Washington, delle differenze con Beethoven (che nacque trent’anni prima ma morì un anno dopo), di influssi mozartiani come noi oggi parliamo dell’eredità dei Sonic Youth, di romanticismo come oggi noi parliamo di tropicalismo brasiliano. Nei primi del novecento magari qualcuno non avrà tirato in ballo il “crossover”, ma Bela Bartòk pescava nel folk a piene mani per rielaborarlo in partiture arditissime che andavano a sposare dissonanze che facevano drizzare i peli ai conservatori e intrippavano i musicologi esattamente come qualche anno fa ci si intrippava per i campionamenti di Dj Shadow.

In ogni caso, basterebbe vedere nel jazz, più recente della classica ma che ha intrapreso più o meno lo stesso percorso. Partito con ragtime,  blues e swing, ha sviluppato una serie di correnti (Be Bop, Cool, eccetera)  che poi sono arrivate a non avere più parole comprensibili al grande pubblico per essere comprese con cognizione di causa. O si arrivava al “free jazz” per misurarsi con le tentazioni dell’atonalità oppure si cercavano nuove contaminazioni con linguaggi differenti arrivando alla “fusion”, per poi arenarsi nel vicolo cieco dell’indefinibile, con un’ultima agitata invenzione di termini che non riuscivano a mettere d’accordo nemmeno un condominio visto che erano pieni di “post”, di “pre” di indicazioni geografiche per divisioni superficiali.

E’ curioso come una musica fatichi a trovare un nome quando nasce, poi ad un certo punto diventa stile e si trova una parola nuova che la definisce, poi passa di moda e si confonde con le altre e torna, dopo un’ultimo colpo di coda con definizioni chilometriche, ad una parola unica già esistente che tanto va già bene, quella musica è cristallizzata e morta nell’immaginario collettivo. Sta accadendo pure alla musica rock, arrivata già stanca alla “new wave of the new wave” e che oggi è sempre “post qualcosa”. Anche la musica elettronica mi sembra che segua la stessa strada.

Ecco, credo che tra trecento anni (ma potrebbero volercene molto meno) ci sarà una parola unica che definirà un brano di Julia Holter, uno dei Rolling Stones, uno dei Rancid, uno dei Radiohead, uno dei Rage Against The Machine, dei Public Enemy o di Biagio Antonacci. Saranno tutti lo stesso genere. Forse quella parola potrebbe essere “Rock”, oppure “Pop”, ma chissà che altre parole avranno inventato tra trecento anni. Forse ritorneranno a “Folk”, che in fondo è sempre folk ma con la spina attaccata. Oppure potrebbero riutilizzare “beat”, per indicare il fatto che avere un ritmo pulsante e (quasi sempre) costante e regolare dall’inizio alla fine era, più che la presenza di chitarre o tastiere o altri strumenti, il suo marchio di fabbrica distintivo rispetto alle altre musiche, fossero essere del passato o a lei contemporanee.

Forse useranno i numeri e magari la risposta alla domanda “Che genere fate?” sarà “78”. Qualcuno, per darsi un tono, dirà che “Suoniamo come il minimo comune multiplo tra 41, 18, 63 e 29”, che forse non sarebbe neanche male, non fosse altro perché uno potrebbe rispondere “149814, potevi dirlo subito invece di fare tanto il difficile”.

Questo per dire che, probabilmente, ho detto solo una cazzata.

 

L’età della ragione – Il primo segreto di Rubiera (visto che il terzo di Fatima, diciamoci la verità, non era mica tutto ‘sto granché)

Da qualche tempo mi sono iscritto al gruppo di Facebook “SEI DEL BAR NECCHI SE”, segnalatomi all’epoca dal grandissimo Marco Tagliavini. In pratica è un gruppo di cultori della saga di “Amici miei”. Si parla quasi solo ed esclusivamente attraverso citazioni del film, rispondendosi l’un l’altro.

Siamo ad un livello talmente maniacale che credo plausibile affermare che, se ci mettessimo in testa di farlo seriamente, potremmo partire dalla battuta iniziale del primo film (che per la cronaca è “A quest’ora il Perozzi finisce il suo lavoro di capocronista ed esce dal giornale per andare a casa. Ah, il Perozzi son io. Son talmente abituato a sentirmi chiamare “Il Perozzi” dai colleghi, e soprattutto dagli amici, che quasi ho dimenticato che mi chiamo anche Giorgio”) e arrivare fino all’ultima dell’Atto Secondo. Forse anche del terzo, ma per me il terzo è una forzatura che a parte un paio di cose memorabili ha pochissimo da offrire e quindi in quel caso non potrei contribuire degnamente.

Ebbene, nel secondo episodio c’è una scena dove il personaggio del “Melandri”, interpretato da Gastone Moschin, entra nel Bar Necchi mentre gli altri quattro stanno giocando a biliardo e dice che il sabato seguente ha intenzione di battezzarsi. A quel punto gli altri gli rispondono in maniera apparentemente molto risentita. Il Mascetti (Tognazzi) dice “Io non ho parole”, il Necchi (interpretato da Montagnani, che sostituiva Duilio Del Prete) dice “Io ce l’ho, ma è meglio che non le dica” e il Perozzi (Noiret) dice “Il tu’ povero babbo si rivolterà nella tomba”. Melandri (Moschin) a quel punto dice che il padre non era credente ma gli aveva lasciato libertà di scelta e fa il verso al padre deceduto dicendo “QUANDO AVRAI L’ETA’ DELLA RAGIONE”.

Ora, quando cantavo in inglese, sia con i gruppi che ho avuto che all’inizio da solo, mi veniva chiesto spessissimo dai giornalisti e fanzinari di turno, nonché da parecchi di quelli che venivano a sentirmi, se avessi mai intenzione di cominciare a cantare e pubblicare cose in italiano. Io rispondevo sempre “Quando avrò l’età della ragione”, facendo il verso al Melandri che faceva il verso al padre.

Quando ho deciso di cominciare a pubblicare cose in italiano e dovevo scegliere un titolo per un disco da fare, mi tornò in mente che rispondevo sempre in quella maniera.

Quindi, e giuro che fu solo per quel motivo, decisi di chiamare l’album così.

Ad un certo punto decisi anche che il disco avrebbe dovuto avere una canzone che dava il titolo al tutto e quindi cominciai a scrivere il pezzo omonimo.

Ricordo che scrissi il testo in un paio d’ore, modificandolo un poco nei seguenti giorni.Inizialmente avevo in mente una ballata in stile “Don’t go back to Rockville” dei R.E.M., poi si sa come vanno queste cose e in studio io e Andrea Rovacchi finimmo per fare un arrangiamento diverso.

Ebbene, quella canzone lì venne registrata nel Novembre 2008 e ci rendemmo conto subito di avere per le mani un gran pezzo. Massimo Ghiacci dei Modena City Ramblers, che bazzicava lo studio in quei giorni, mi disse che era “Tra Battisti e i Pixies” e chiunque passasse di lì, quando partiva il playback smetteva di parlare e ascoltava.

Ancora oggi è la canzone che mi chiedono di più durante i concerti, che si becca l’applauso più grosso, che faccio sempre e sempre suonerò anche se dura sette minuti. Va a finire che se un giorno qualcuno dovesse ricordarsi del sottoscritto, musicalmente parlando, sarà probabilmente per quella canzone lì. Attendo con ansia la dicitura “Un classico minore della musica indipendente italiana” in qualche enciclopedia appoggiata sulla mia copertina di plaid a 70 anni mentre curo la mia artrosi alle terme della Salvarola.

Ebbene, ci tenevo a dire a tutti quelli che mi hanno sempre chiesto se il titolo venisse fuori dalla lettura del libro di Jean Paul Sartre, magari dandolo proprio per scontato, magari ccompagnando il tutto con dotte disquisizioni sulla letteratura francese, che le volte che ho magari anche fatto quello che sapeva di cosa stavano parlando, beh….ho mentito

Di Sartre ho letto solo, rigorosamente in età pre-servizio militare, che dopo il militare ho praticamente letto solo saggistica, i seguenti titoli: “La nausea”, “Nekrassov”, “La sgualdrina timorata” e un poco “I sequestrati di Altona” prima di addormentarmi, nel senso che ad un certo punto mi sono addormentato e l’ho piantato lì.

Il caro vecchio Jean Paul non c’entra nulla, manco lo sapevo che aveva scritto un libro con quel titolo lì. L’ho addirittura trovato in una bancarella a un euro un giorno. L’ho comprato, giusto per tenerlo lì sullo scaffale che se qualcuno entra in casa mia posso anche fare l’intellettuale a buon mercato. Magari un giorno lo leggerò.

Ecco…invece è tutta colpa del Melandri, che poi nel film diceva anche “Ho conosciuto un angelo” e alla richiesta degli amici di sapere se fosse “un angelo maschio o femmina” faceva seguire la considerazione che gli angeli non hanno sesso, ma il sempre belligerante Conte Nello Mascetti a quel punto controbatteva:

“Insomma, c’ha le poppe o non c’ha le poppe?”

Una sentinella deve saper fare il suo mestiere

Questo sabato a Sassuolo hanno manifestato le “Sentinelle in piedi”. Una volta, appena ne ho sentito parlare, ero preoccupato che contassero qualcosa. Che fossero un fenomeno in crescita esponenziale, una roba così. Poi ho capito che sono quattro gatti, quattro gatti in preda al panico che non hanno capito che il mondo va in una direzione e si mettono in testa di volerlo fermare, ma tanto non gli riesce. Una buona conferma l’ho avuta dal fatto che tre o quattro persone che conosco e stimo, di buona cultura generale e di sicura intelligenza, abbiano reagito alla mia domanda “Hai visto che ci sono le sentinelle in piedi a Sassuolo?” rispondendomi “Cosa sono le sentinelle in piedi?”.

In effetti, come dicevo, sono quattro gatti. Quattro gatti che un giorno si ritroveranno a dover spiegare ai loro figli che un giorno loro erano contro il matrimonio gay, così come oggi ci sono nonni che spiegano ai loro nipoti (quando non glissano sull’argomento o negano) che loro erano contro il matrimonio tra neri e bianchi. E i loro nipoti si chiedono come potessero essere stronzi i loro nonni, salvo poi perdonarli con un classico “Eh ma quelli erano altri tempi” (che funziona sempre e che secondo me, tutto sommato, è anche un modo sano di vederla).

Sono quattro gatti. Infatti, per sembrare in tanti, si mettono uno a un paio di metri dall’altro e stanno ritti in piedi. Tipo che in Piazza Garibaldi a Sassuolo, a far così ti metti in una settantina e hai già riempito la piazza. Sembrano i musicisti dilettanti italiani quando devono farsi fare le foto dagli amici (o dalla moglie, ehm…) per far sembrare che ai loro concertini sia pieno. E invece la scena musicale dilettantistica italiana rimane sempre lì, con numeri sempre più piccoli, a far finta di contare qualcosa e ormai ci crede solo il ragazzino che comincia a suonare, costretto a perdere tempo ad inseguire un sogno che non vale niente.

Già il nome. E’ sbagliato. “Sentinelle in piedi”. Voglio dire, la sentinella sta spesso nel punto più alto, seduta o sdraiata. Nella guerra di trincea stava aderente alla trincea, praticamente spalmata a terra o accucciata. Insomma, la sentinella che sa fare il suo mestiere sta comunque NASCOSTA. Perché deve vedere senza farsi vedere. Questi qui stanno in piedi. Ben visibili. Perché il loro problema è che si devono far vedere (perché sono quattro gatti). E visto che sono così impegnati nel dover farsi vedere, non riescono a vedere, infatti, che il mondo cambia. E che loro restano al palo. E una sentinella che si fa vedere è la prima a cadere, mettendo in difficoltà tutto il battaglione che, colto di sorpresa, in genere viene spazzato via.

Il casino ai concerti – L’illuminazione (Un chiodo ancora vuoto dentro al muro #2)

Questa sera sono andato alla Salumeria del Rock ad Arceto (RE), il posto dove vado spesso a bere qualcosa insieme a mia moglie. Siamo andati a cena approfittando del fatto che c’era un concerto.

Alla Salumeria del rock suonano spesso i cantautori. Vengono dall’estero, spesso. Max è stato bravo a garantirsi una frequentazione di artisti esteri che passano in Italia per piccoli tour. C’era un tizio chiamato Phillip Bracken che viene dall’Australia. Io non so manco chi sia, però il metodo che usiamo io e mia moglie è partire e andare a sentire uno, anche se non sappiamo chi sia. Se dopo quattro canzoni non ci piace, amen. Tanto siamo vicini a casa, è gratis, beviamo della birra buona, mangiamo bene.

Arriviamo, ci sediamo, un tavolo si riempie, poi un altro, eccetera. Poi arriva Bracken. In sala c’è un bel chiasso, un tavolo di fianco al nostro sta parlando di cavalli da mezz’ora molto rumorosamente.  Non sono gli unici a far casino.

Inizia il concerto e si ripete una scena che chi frequenta concerti di cantautori nei posti piccoli conosce bene. Le chiacchiere aumentano di volume non appena il tizio comincia a suonare, se aumenta di volume lui anche le chiacchiere aumentano di volume, in breve non si riesce davvero a sentire cosa stia cantando e suonando il tizio.

Io suono in giro, capita anche a me di iniziare un concerto così. A quel punto metto in pratica i trucchi del mestiere (dei quali ho promesso e un giorno vi parlerò) e in genere qualche cosina in termini di attenzione riesco a guadagnare. Bracken, stasera, non ci riesce.  Non gli hanno dato nemmeno una possibilità, all’australiano. Non è che hanno ascoltato i primi tre pezzi e hanno deciso “Fai cagare” e quindi lo hanno sommerso di chiacchiere tirandogli le bottiglie come nel film dei Blues Brothers. Quello sarebbe stato uno spettacolo che ancora ritengo dignitoso.

Semplicemente, stavano chiacchierando e, non appena lui ha cominciato, hanno chiacchierato più forte, come se nel locale qualcuno avesse alzato l’impianto stereo. La scena la conoscete bene, immagino.

L’ho detto mille volte. Quando mi capita che sto suonando io, non mi incazzo mai. Penso sia colpa mia. Penso di dovermeli tirare uno ad uno dalla mia parte. Penso sia un dovere sociale di ogni musicista.

Però quando sono un ascoltatore, allora mi incazzo. Perché penso che non posso fare niente, non ho un microfono e una chitarra con le quali combattere, sono semplicemente uno tra tanti e vengo infastidito. Sono lì e non riesco a sentire. Cosa sono venuto a fare allora?

Mia moglie, che è molto più coraggiosa di me, dopo un poco va a dire qualcosa ad un tavolo, poi va da un altro, poi va da “quelli dei cavalli”. Il tizio che fa più casino risponde che tra un poco si spostano, dicendo continuamente dei “Sì, sì” con quel modo che io personalmente capisco “Sì, sì, va bene, taci, stronza”. Io sto bollendo, mi alzo e decido che vado nella stanza accanto del locale, dove non sentirò il concerto ma nemmeno il casino. Non voglio mica fare a pugni, ci mancherebbe. Mentre sono di là, visto che sto bollendo, mi sfogo con Max, il barista. Parlo rumorosamente,  perdo pure un poco la brocca, mi sfogo. Lui mi dice che ha notato un peggioramento del pubblico negli ultimi due anni e non sa come fare. A Max la musica piace. Molto. Mentre mi sfogo dico alcune cose poco gentili sul pubblico di là, accennando non troppo velatamente in particolare ai “tizi dei cavalli” che hanno veramente scassato il cazzo (ma non erano gli unici, ripeto).

Mentre sono lì che semino improperi, ad un certo punto sento da dietro che due tizi dicono “Ora siamo qui a parlare di cavalli” e altre cose che non ricordo. A quel punto mi giro verso di loro e li mando abbastanza a cagare. Loro mi rispondono che ora sono io che sto parlando rumorosamente e quindi “ci impedisci di parlare di cavalli”. Rispondo loro che “Adesso parlo forte io nelle tue orecchie per una mezz’ora così capisci quanto hai scassato il cazzo”.

Poi l’illuminazione. Lo scatto, la cosa che mi apre gli occhi. Quasi mi reca fastidio che me l’abbia fatta notare uno dei cowboy.

Mi dice “Oh, io sono poi in un posto pubblico”, intendendo evidentemente che questo gli garantisce il diritto di urlare quanto cazzo vuole.

Eccola, la stortura logica. Quella che fa sì che noi italiani abbiamo 4 bidet ma appena fuori casa ci sentiamo liberi di scaricare un mare di merda sul marciapiede che tanto è PUBBLICO, mentre in (mettete un paese europeo che volete) non si laveranno il culo, ma guai a buttare una carta sul marciapiede perché è PUBBLICO, non si può.

Oh, insomma. PUBBLICO non vuol dire FACCIO COME CAZZO VOGLIO. Vuol dire L’OPPOSTO.

Pensateci bene. Volete un esempio concreto? Io ho un cane. Nel mio giardino il cane CAGA QUANTO CAZZO VUOLE, tanto è il mio giardino e a me non dà fastidio camminare come un danzatore sulle punte in mezzo ai suoi escrementi. Sono cazzi miei.

Invece, quando andiamo a fare la passeggiata al parco, mi porto dietro i sacchetti. Il cane caga e io LA TIRO SU. Non è che dico “Sono poi in un posto pubblico” e quindi faccio come mi pare.  Faccio come si deve fare perché tutti possano stare lì, anche quelli che non amano i cani e comunque anche quelli che non amano la merda. Che infatti, se non tiri su la merda, si incazzano (e fanno benissimo). Se uno non la tira su, anzi, quelli che di solito lo fanno si arrabbiano molto, perché basta uno stronzo (metaforico) che non tira su uno stronzo (letterale) e ci rimette tutta la categoria, almeno in termini di reputazione.

Quindi, quando qualcuno fa un casino della madonna durante un concerto in un posto piccolo, non abbiate paura di dirgli di smettere. Sarete voi a dovergli ricordare che “SIAMO IN UN POSTO PUBBLICO” e quindi dobbiamo garantire a tutti il diritto di usufruirne. Se il posto quella sera prevede che si suoni, bisogna garantire che chi vuole ascoltare riesca a farlo.

Perché come mi ha appena detto mia moglie, quando siamo arrivati a casa:

“Sai cosa mi fa incazzare? Che i primi quattro stronzi mi facciano passare la voglia di andare a vedere un concerto. Che abbiamo un posto vicino a casa nostra che è gratis, si sta bene, ci viene della gente da tutto il mondo che suona pure bene e io sono qui che sto pensando che la prossima volta che c’è un concerto, a me magari non verrà voglia di andarci, ma penserò che ho più voglia di stare in casa a vedere un film”

(Nel video de “IL CHIODO”, che ho pubblicato lunedì e che parla proprio del casino del suonare in giro quando nessuno ti caga, all’inizio del video io fingo di fare il macellaio. Faccio tre etti di macinato. Di cavallo. Pensa te)